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Ea pittima

Sono riuscito a vedere la Padova del miracolo economico fatta di tanto lavoro, lavoro e ancora lavoro duro sui campi, in fabbrica, nei cantieri, in casa senza orario, spesso anche senza salario e la domenica per riposare, ancora lavoro per tirase su la casa. Quante case ho visto costruire di domenica perché durante la settimana bisognava lavorare altrove!

Ma LUI no! LUI, secondo l’impressione comune, non lavorava. Lui non aveva mai lavorato! Era un tipo misterioso, enigmatico, sempre ben vestito, con la cravatta, autorevole e ben informato su tutti i fatti degli altri. I fatti suoi però nessuno li conosceva. Non bisognava chiamarlo, ti arrivava LUI all’improvviso e rente e ciape ed aveva sempre la notizia giusta.

«Stai costruendo? Sì! E Quanto e gheto pagà e piere? Cinquecento franchi l’una! Te ghe dà massa! Va da Tizio a Piove e le stesse piere te e paghi quatro e cinquanta!».

«Ah grassie!»

«De gnente, ma quando te ghe bisogno ciamame! – Gheto comprà el fen? – Sì! Beh eora te eo ghe pagà massa! Ciamame ostrega! »

Il suo ufficio era presso un bar signorile, posto lungo la strada principale e l’auto, perché LUI era uno dei pochi ad avere l’auto, la parcheggiava dall’altra parte della strada. D’estate l’ufficio, ossia il suo tavolino, era all’aperto sempre sotto un ombrellone. Al tavolo non mancava la bottiglia di vin bianco, che lui tagliava con la spuma ed il pacchetto di sigarette di lusso con il filtro. A quel tavolino arrivava il contadino, che aveva bisogno di comprare la paglia ed allora lui intavolava una lunga discussione sul prezzo, quantità, luogo di provenienza e costo dea mediassion, che si pagava subito in contanti e poi batti qua da gaeantomo, uno bello schiaffo sulla mano e l’affare era fatto. Poi arrivava quello che cercava un pezzo di terra da coltivare o per costruire, ed allora la discussione non finiva più e solo per sfinimento la discussione terminava con un «Me meto ne to man! Semo intesi».

Arrivava o passava per caso un altro e lui lo chiamava: «Ehi! Paron grosso vieni qua!».

Il passante si fermava spesso, si sedeva al tavolino ed allora partiva la conversazione: «Come va? – El to vissin de casa cosa faeo? – E to fradeo gaeo comprà i campi o xeo ancora in affitto?». E tra un bicchiere l’altro venivano fuori le preoccupazioni «Go tre tose e gnanca un toso! – Ea più vecia gà disdoto ani e no ea gà nessun moroso! – So preoccupà perché sui campi no ghe xè futuro! – Beh intanto, ea tosa più vecia ea mandemo lavorare in fabrica e dopo te vedrà che lavorando in fabrica riva anca el moroso! Ma non conosso nessun che me toga a lavoare sta tosa!»

A questo punto il faccendiere si faceva serio e passava all’italiano «Parola da galantuomo! E no vojo gnente salvo e onoranse a Nadae e Pasqua!». Il poveretto se ne andava impaurito, ma anche rassicurato dalle parole dell’intromettitore. Spesso succedeva che effettivamente la ragazza trovasse anche il lavoro dove lui l’aveva segnalata.

Il mediatore poi passava il pomeriggio al telefono. Entrava al bar andava in gabina e si metteva a telefonare. Telefonava per ore facendosi un piccolo pro memoria su un foglietto, che poi infilava in un piccolo taccuino, che finiva nel tasco della giacca.

Capitava anche quello, che cercava la moglie magari non per lui, ma per il fratello mezzo scemo. Lui si metteva allora all’opera e spesso riusciva anche a dargli anche due o tre buone segnalazioni. Mi ricordo una volta che disse ad uno «Ea xe na tosa meravigliosa! Bionda! Ea va un po’ sota ma no vol dire gnente!». Non so poi come sia andata, ma spesso dopo la segnalazione arrivava anche il matrimonio. Allora in genere il matrimonio era anche felice e duraturo. Come facesse non si sa, ma lui riusciva a capire pregi e difetti dell’uno e dell’altro, e poi combinava gli ingredienti come lo speziale antico tirava fuori la ricetta giusta. Opposti si attraggono – simile con simile – alto e basso fa un guaivo, che era un altro suo motto di orientamento. LUI aveva la soluzione e la combinazione per tutti ed era temuto più che amato, perché poi presentava il conto all’improvviso. Quando aveva bisogno di soldi passava anche a distanza di tempo e chiedeva quel che gli pareva, senza fare tante discussioni. Accettava anche pagamenti a rate, ma guai a non pagare, perché allora il bonario intromettitore diventava ea pittima instancabile. Ti seguiva a debita distanza e ti ricordava, che i debiti si pagano.

Altroché se si pagano! Il tizio entrava all’osteria. LUI entrava dentro silenzioso. Se il debitore si fermava a parlare con qualcuno, passava subito all’azione ricordando davanti a tutti, che i debiti si pagano senza spiegare per quale ragione o altro. Spesso il debitore se lo trovava al mattino presto sotto casa per ricordargli di pagare i debiti.

La pittima riceveva anche incarichi di recupero dei crediti altrui.

Un contadino allevava polli e non aveva soldi per ingrandire l’allevamento di polli. Un gainaro, amico di bettola della pittima gli disse «Non ti preoccupare i poeastri te li porto io! Tu li allevi con il granturco ed il mangime e poi li vendiamo e dividiamo i soldi». Così fecero, ma avvenne che i polli si ammalarono di coccidiosi e morirono quasi tutti. L’incasso della vendita non riuscì nemmeno a pagare il costo del mangime. Tuttavia el gainaro voleva lo stesso essere pagato per i polli che gli aveva dato. Incaricò la pittima di seguire il debitore e fargli sganciare i soldi. La pittima allora si mise all’opera. Tutte le mattine andava dall’allevatore a dirgli che doveva pagare. Questo non aveva i soldi per pagare e prometteva un pagamento che non arrivava mai. Tuttavia per il disturbo regalava alla pittima una gallina, un gallo o anche un tacchino ogni giorno. La vicenda andò avanti per anni finché non lo costrinse con la sua insistenza a vendere un pezzo di terra e con il ricavato pagare il mediatore ed il debito contratto col gainaro.

Mia mamma quando lo vedeva arrivare, scappava perché non gli piaceva e non voleva intavolare con lui mai nessuna trattativa, gli faceva schifo. Ma la pittima al bar era splendido, pagava da bere a tutti, dava anche la mancia al cameriere e riempiva di complimenti le cameriere o la parona.

Se ne intendeva anche di affari, speculazioni immobiliari, faceva comprare o vendere case. Non c’era nessun contadino, che non comprava o vendeva una mucca o il raccolto del grano senza averlo interpellato.

LUI dava il massimo come pittima. A quel tempo la fiducia era una cosa molto seria. Si andava dal casoin col libreto, al muin col libreto, el fornaro aveva il suo libretto, il libreto del pan appunto … Sul libretto si segnavano gli acquisti quotidiani e poi a fine settimana,quando arrivava la paga si saldava o si dava in genere un acconto. Qualcuno però si dimenticava del saldo o dell’acconto o magari non li aveva ed allora entrava in azione la pittima, che andava a visitare il debitore. Non serviva che parlasse, arrivava si aggiustava la cravatta ed il malcapitato aveva già capito. Se il poveretto prometteva a ripetizione il saldo allora la pittima temporaneamente per quel giorno si allontanava.

Io so però che una volta anche LUI fece fiasco! Un fornaio di buon cuore aveva fornito il pane per oltre un mese ad una bella famiglia con dodici figli, tutti piccolini e papà bracciante, spesso senza lavoro. Il fornaio era molto preoccupato perché da quel cliente non arrivavano né saldi né acconti ed il libretto stava per esaurire le pagine. Incaricò allora la pittima di recuperare il suo credito. LUI si presentò all’ora di pranzo alla vecchia casa del bracciante ed in modo molto ruvido gli ricordò che i debiti si pagano e non si mangia il pane a sbafo. Il bracciante questa volta senza tanti giri di parole gli rispose: «Schei pa pagare no ghe n’ò». Ed allora la pittima gli replicò «Se non hai soldi puoi almeno darmi qualcosa che possa pagare il debito!» «Non go gnente – rispose il debitore – ma se te voi qualcossa lo stesso, te dago un tosetto ecco qua prendetene uno!».

La pittima non seppe cosa rispondere. Ritornò dal fornaio e raccontò della fallita missione. Si vergognava, però di non essere riuscito ad incassare, LUI non era uno che ritornasse sconfitto e con autorevolezza disse al fornaio che lo aveva incaricato: «No voio che se dica che mi no te go risolto el problema! Quanto vansito da chel morto de fame?» «Quindesemie franchi» – rispose il fornaio. «Ed allora metà ghe i rimeto mi e metà te i ge rimetti ti». La pittima aprì il portafoglio e gli consegno sull’unghia 7.500 lire.

Oggi questo mondo non esiste più. Il progresso lo ha spazzato via, ma la pittima esiste ancora tra noi?

Guardatevi attorno ma soprattutto guardatevi le ciapette!

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