
Nella Corte Corinaldi a Roncajette, che fu l’antica Corte Benedettina di San Giorgio, sul muro esterno, c’è ancora una lapide in pietra e in pessimo stato, che ricorda la Bissaboa, ossia il tornado che colpì la zona di Rio, Pozzoveggiani, Roncajette e Ponte San Nicolò il 29 luglio 1686, alle ore 22 circa. Il tornado provocò la distruzione di molte case, rovinò i mulini galleggianti e provocò l’incendio di molti casoni, con numerosi morti e feriti, come riportato nella lapide. Sembrava giunta la fine del mondo, con gli abitanti dei casoni, che sono bruciati vivi nell’incendio all’interno di essi.
La Bissaboa, è però tornata tre secoli dopo, più o meno alla stessa ora e cioè l’11 settembre 1970 alle ore 20.45. La terribile data, nota anche per altre vicende tristemente famose, resterà scolpita a lungo nella memoria del Veneto, come un’altra indelebile cicatrice di dolore e devastazione e meriterebbe una nuova lapide. Un tornado di inaudita violenza, classificato dagli esperti come un fenomeno di categoria F4, ha attraversato la regione, lasciandosi alle spalle una scia di morte e distruzione che si è estesa dai Colli Euganei, fino alla laguna di Venezia. Il bilancio fu drammatico: 36 vittime, oltre 500 feriti e danni incalcolabili a infrastrutture e abitazioni.
La furia del vortice ha avuto inizio intorno alle ore 20.45, formatosi sui Colli Euganei, in particolare nella zona di Teolo e procedette in direzione Venezia, con una velocità di traslazione di circa 51 km/h e raffiche di vento che, secondo le stime, hanno superato i 400 chilometri orari, il tornado procedette implacabile verso est, falciando tutto ciò che incontrava sul suo fronte largo circa 150 metri.
Tra le prime località a subire la sua impetuosa forza la zona di Salboro, come anche il comune di Ponte San Nicolò colpite duramente. Nella località Rio, le abitazioni sono state scoperchiate e danneggiate gravemente, mentre la chiesa parrocchiale ha visto il suo tetto distrutto e la croce sulla facciata abbattuta, con una tale violenza che non ha risparmiato nulla. Per fortuna non c’erano più i casoni e la gente non era ancora andata a letto, altrimenti sarebbe stata un’altra strage come secoli prima, perché le travi dei tetti sono precipitate sulle case .
Il percorso distruttivo è proseguito fino a raggiungere la laguna di Venezia, dove si è consumata una delle tragedie più laceranti. Alle 21:30, nelle vicinanze dell’isola di Sant’Elena, un vaporetto che stava attraccando è stato letteralmente sollevato e capovolto dalla potenza del vento, inabissandosi in pochi istanti. L’incidente ha causato la morte per annegamento di 21 passeggeri, in una scena di panico e orrore, che ha lasciato attonita l’intera città.
Non pago della sua furia. Il tornado ha continuato la sua corsa, investendo intorno alle 21:40 i campeggi di Fusina e Ca’ Savio. Qui, la tragedia si è ripetuta, con altre 13 vittime e oltre 140 feriti, mentre tende e bungalow venivano spazzati via come fuscelli e alberi sradicati.
I soccorsi sono stati immediati, ma le proporzioni del disastro sono state tali da rendere difficili le operazioni. Intere aree sono state ridotte a un cumulo di macerie, con centinaia di famiglie rimaste senza un tetto.
Fu dichiarato lo stato di calamità, ma all’epoca non c’era la protezione civile e la solidarietà tra chi fu colpito e chi no, ha permesso la sistemazione prima e la ricostruzione poi.
Ricordo che il tornado ha distrutto tutto quello che ha incontrato, come una grande lama su una fascia abbastanza ristretta, con un taglio netto largo qualche centinaio di metri. Chi si è trovato fuori da questa fascia colpita, anche di pochi metri, non ha avuto danni.
Cari mii el tempo… e i siori i fa sempre quel che voe lori
Leone Barison