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La cultura del fosso

Primavera dintorno brilla nell’aria, e per li campi esulta, sì ch’a mirarla intenerisce il core…”. Così Giacomo Leopardi nella poesia “Il passero solitario” che tutti abbiamo studiato da piccoli. Confesso che ancora adesso, che di anni ne ho più d’uno, ogni volta che si affaccia all’orizzonte la primavera mi vengono in mente questi bei versi, assieme alla visione di me bambino che costeggia la strada sterrata di via Giorato per andare a scuola nell’ex Municipio di Ponte S. Nicolò, lungo il fosso costellato già dai primi crocus e dalle prime violette. Eh si, mi vien da sospirare: c’era una volta il fosso… proprio come nelle favole, e mi vien quasi da commiserare i bambini di oggi che non l’hanno conosciuto.

Cosa mai può sapere, infatti, un bambino nato in questa nostra èra ultramoderna e super tecnologica, delle bellezze che si celavano dentro ad un umile fosso, dove il nonno giocava a rimpiattino d’estate e slisegava sul ghiaccio con le sgalmare chiodated’inverno? Un tempo erano i fossi i veri luna park di noi ragazzi, con le loro rive ombrose piene di nidi, di richiami, di cori di raganelle la sera, e gli intricati canneti dove si mimetizzavano guardinghi ogni sorta di uccelli acquatici e le grandi pozze dove pescavamo a mani nude. Mi dite, per favore, dove sono finiti i fossi? Ebbene sì, purtroppo in gran parte sono scomparsi, seppelliti sotto montagne di cemento per farne marciapiedi, intubati come ammalati in fin di vita dentro enormi condotte, inquinati dai diserbanti o coperti da orribili teli neri di plastica per soffocarli del tutto fin nelle profondità. Un De profundis vero e proprio da funerale di prima classe.

Eppure, quanti proverbi e quante canzoni popolari ne decantavano la bellezza e la salubrità come fossero dei piccoli angoli di paradiso!

La bela la va al fosso/ ravanèi, remulass, barbabietui e spinass/ tre palanche al mass/ La bela la va al fosso/ al fosso a resentar…( Sì, provaci oggi, a resentar!). Nel ferrarese si diceva che: a San Valentin el luth (il luccio) mena el codin. Da noi, ironicamente, si malignava: chi nasse tacà a on fosso, spussa sempre de freschin. E ad un cristiano poco osservante: basa sto Cristo o salta sto fosso. E via discorrendo. Altri tempi davvero.

I nobili della Serenissima che investivano fior di zecchini sulla terraferma ben sapevano dell’importanza dei fossi e relative canalizzazioni e, prima ancora di costruire le loro spaziose dimore, da bravi veneziani pensavano innanzitutto a sistemare i corsi d’acqua. Ancora oggi molte di quelle terre dissodate recano i nomi dei Contarini, dei Gradenigo, dei Priuli, dei Barbarigo, dei Pesaro, dei Grimani, assieme a quelle splendide fattorie agricole che sono state le loro ville, circondate da “Barchesse” spaziose per la raccolta dei prodotti dei campi. E lo stesso facevano i monaci e i numerosi Ordini religiosi maschili e femminili che pullulavano nel nostro territorio, con tanto di chiese, conventi e abbazie di prim’ordine. Pure il Prato della Valle, se ci pensate, fu bonificato da un veneziano, il Provveditore Andrea Memmo, che si inventò la famosa canaletta di scolo attorno all’isola “Memmia” appunto, per lo scorrimento delle acque.

Il fosso dunque, in tutte le sue componenti rappresenta una dimensione da recuperare nelle nostre campagne, essendo una vera miniera della biodiversità, un microcosmo insostituibile sia per la flora che per la fauna. E pare lo abbia capito finalmente anche la Regione Veneto che, se prima incentivava le colture intensive con l’abbattimento dissennato di alberi e siepi e l’interramento dei fossati per ampliare i campi arativi ora ne promuove il ripristino. In Normandia questo tipo di territorio lo chiamano “Bocage”, boschetto, un misto tra prato, bosco, terreno agricolo e prativo, con tutti i vantaggi che ne conseguono dal punto di vista sia ambientale che turistico.

Per la flora del fosso, sono tre le sezioni da osservare:

  • la parte sommersa nell’acqua,dove radicano le ninfee e le piante palustri come l’iris, che svolgono attività di fitodepurazione;
  • quella di superficie, dove si possono formare dei veri tappeti verdi di microalghe e di felci;
  • e quella di sponda dove crescono i fiori e ogni tipo di erbe e di piante, come l’equiseto e la valeriana.

Per non parlare della fauna:

  • nel fondale melmoso (il culo del fosso) proliferano ogni sorta di batteri, di anellidi, di larve e di molluschi;
  • nell’acqua corrente vivono piccoli crostacei come le schie, ed insetti come le libellule, le zanzare, i ragni d’acqua (chiamati anche gerridi, dalle lunghe zampe per pattinarvi sopra) assieme naturalmente ai pesci, che sono dei vertebrati predatori, come le raìne, le tinche, le alborelle, i lucci e il pesce gatto.

Un mio coetaneo mi ha raccontato che una volta, d’inverno, quando l’acqua dei fossi era bassa e ghiacciava, poteva addirittura capitare che qualcuno di questi pesci rimanesse intrappolato nel ghiaccio e passasse così dal… frigorifero alla padella, per la gioia di un’intera famiglia. Tanta era la fame a quei tempi.

A metà strada, infine, fra l’acqua e la riva se la spassano gli anfibi come le rane, i rospi, i tritoni, simili alle lucertole. Senza contare gli alberi che crescono lungo le sue rive come il salice, l’ontano, il sambuco, il giunco, rifugio di infinite varietà di uccelli: merli, tordi, pettirossi, capinere, cince, fringuelli e relativi predatori come le civette. E’ la famosa “piramide ecologica” di cui tanto si parla e che si conclude con i mammiferi, dal tasso ai ricci, ai mustelidi come la donnola e la faina, così comuni un tempo nelle nostre campagne e flagello dei pollai.

Ecco, è tutto questo equilibrio naturale, fragile e delicato, che noi dobbiamo cercare di ripristinare e rispettare se non si vuole che una specie prevarichi sull’altra, a danno delle più deboli che possono persino essere estinte per sempre.

Questo articolo, così com’è stato pubblicato da noi, è stato pubblicato nel numero 2 del 25 marzo 2020 di WIGWAM NEWS.

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Una risposta.

  1. Mario ha detto:

    Segnalo che l’articolo di Adriano Smonker “La cultura del fosso” e quello di Leone Barison “Noi ragazzi del SCORNIO” sono stati ripresi così come sono stati pubblicati nel sito, da WIGWAM NEWS.In calce ai relativi articoli si può trovare il link per vedere la pubblicazione.

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