Il libro del noto storico Alessandro Barbero che si intitola “La battaglia” riguarda la definitiva sconfitta di Napoleone il 18 giugno del 1815 a Waterloo, nome noto a tutti fin dalle scuole elementari.
Incominciamo subito col dire che l’impressione che si ha dopo la lettura di questa memorabile battaglia è quella di un inutile “carnaio”, un po’ come ebbe a dire Papa Benedetto XV della prima guerra mondiale, esattamente cent’anni dopo nel 1915, che la definì una “inutile strage”.
Strano a dirsi ma entrambi gli eserciti in campo lottavano per la “restaurazione”: le truppe napoleoniche per rimettere sul trono il loro empereur e quelle del duca di Wellington per ristabilire l’ancien régime, secondo i dettami del Congresso di Vienna, ancora in corso in quei mesi.
E, come il Manzoni si chiede se “fu vera gloria?” nella poesia “Il cinque maggio”, anch’io, nel mio piccolo, alla fine del libro mi sono chiesto se per quest’ultimo colpo di coda di Napoleone ne fosse valsa veramente la pena. Alla fin fine avrebbe potuto starsene beato e tranquillo a governare un piccolo Stato nell’esilio dorato dell’isola d’Elba, in compagnia della madre Letizia, della sorella Paolina e delle sue amanti, ossequiato e benvoluto da tutti per la sua instancabile attività riformatrice, sia in campo economico che militare. E invece no, la smisurata ambizione che lo divorava lo portò, dopo soli dieci mesi, a inventarsi un ballo di carnevale in maschera per sottrarsi al controllo inglese e sbarcare, dopo pochi giorni di navigazione, nel porticciolo di Antibes, in Costa Azzurra, a bordo di una nave da guerra e altre sei piccole imbarcazioni, nel tentativo di riavvolgere il nastro della storia. Era il primo marzo del 1815.
E bisogna riconoscere che, in un primo tempo, la cosa sembrò anche riuscirgli: sono quelli che vengono chiamati i suoi cento giorni. Gli animi dei nostalgici della vecchia guardia si rianimarono, le folle al suo passaggio ripresero ad acclamarlo, molti volontari imbracciarono i fucili e lo seguirono fino a formare di nuovo un’armata di tutto rispetto di più di centomila uomini.
In meno di tre settimane entrò a Parigi per riprendersi il trono mentre il re Luigi XVIII, fratello minore del re ghigliottinato, riuscì a svignarsela in tempo verso il Belgio. Ma verso il Belgio puntò subito anche lui per “smontare” sul nascere la coalizione di Inghilterra, Russia, Prussia, Austria e Olanda che si andava formando. E fu proprio lungo la strada che porta a Bruxelles, sul campo di Waterloo che avvenne lo scontro decisivo.
Cavalcando sotto il diluvio di un temporale estivo l’empereur tutto fradicio e inzuppato arrivò il 17 giugno, vigilia della battaglia, alla locanda della “Belle Alliance” nome che, a posteriori, suonerà sinistramente beffardo. Da lì egli poteva vedere la strada scendere a sbalzi attraverso una vasta zona di campi coltivati a grano, ridotti in quel momento ad acquitrini per la pioggia, e da lì, l’indomani, seduto su una sedia impagliata, armato di cannocchiale, avrebbe condotto la sua ultima partita a scacchi. E che partita!
In alcuni momenti le cariche dei corazzieri a cavallo e le palle dei cannoni sembravano avere la meglio su Inglesi e Olandesi ma, al tramonto, l’arrivo dei rinforzi prussiani ribaltò il gioco e fu presto scacco matto. A notte fonda, sui campi impantanati giacevano nel fango migliaia di morti e di feriti, cannoni e bagagli sparsi ovunque, carriaggi e armi di ogni tipo abbandonati nella fuga, moschetti, lance, spade, elmi irriconoscibili, cavalli “scossi” imbizzarriti che vagavano ovunque: la sconfitta si era trasformata in catastrofe.
E Napoleone? Costretto per la calca ad abbandonare la sua splendida carrozza blu e oro con i vetri a prova di proiettile, se ne fuggì a cavallo verso Parigi sperando di ricomporre i resti dei superstiti, mentre la soldataglia si impadroniva della sua spada e delle sue medaglie, nonché di una borsa di diamanti che portava sempre con sé. Perfino il suo cappello, caduto per terra nella ressa, divenne irridente trofeo di guerra.
In quella giornata quasi 200 mila uomini si erano affrontati all’arma bianca in un fazzoletto di terra di appena quattro chilometri quadrati, cosa mai vista né prima né dopo, ed è per questo che, all’inizio di questa breve cronaca storica, parlavo di una battaglia-carnaio, combattuta più che per gli ideali libertari della mitica rivoluzione del 1789 per le mire egemoniche di un solo uomo.
Curiosità storica:
Alcuni studiosi affermano che la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815 potrebbe essere stata causata, almeno in parte, da una lontana eruzione vulcanica indonesiana. Fantascienza? No. Due mesi prima, infatti, l’eruzione del vulcano Tambora aveva provocato un cambiamento climatico a livello planetario con l’immissione di grandi quantità di cenere nella stratosfera, il che determinò per mesi, anche in Europa, l’offuscamento del sole con conseguente abbassamento delle temperature e piogge continue che resero fangoso il campo di battaglia sconvolgendo i piani tattici di Napoleone basati sulla rapidità dei movimenti e gli accerchiamenti fulminei della cavalleria. Ah! I problemi del clima che molti vorrebbero disconoscere!

