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La berretta di Padova

Che Padova fosse famosa per un Santo senza nome, un Prato senza erba e un bar senza porte già lo sapevo ma che lo fosse anche per via delle sue berrette proprio no. Fino a quando non mi sono imbattuto per caso in una singolare e divertente novella di Pirandello, dal titolo inequivocabile:”La berretta di Padova”.

– Cooosa?

Dopo aver strabuzzato gli occhi dallo stupore sono corso a leggermela ma confesso che, sulle prime, non mi interessava tanto la trama in sé del racconto, carica come sempre di ambiguità e di umorismo nero quali sono i capolavori dell’autore siciliano, quanto il conoscere com’era fatto questo benedetto copricapo nostrano di cui si era perduta memoria. E ci voleva uno dell’altro capo della penisola per ricordarci una peculiarità del nostro artigianato assai in voga nell’Italia dei primi del ‘900 ed oggi completamente scomparsa. Da una mia piccola ricerca, infatti, condotta su due piedi in centro storico presso i cappellai di mezza città, nessuno che si ricordasse non dico le fattezze ma neanche l’esistenza di questo arnese, accipicchia, neppure l’ombra di un ricordo neanche presso nonni o bisnonni, niente di niente. Eppure, per essere finita in Sicilia la nostra umile berretta ne aveva fatta di strada, scalzata poi via nel dopoguerra dal più nobile “Borsalino”. Ecco quindi che devo, per forza di cose, fidarmi, si fa per dire, della descrizione che ne fa il celebre scrittore siciliano nella novella sopracitata che inizia proprio così:

Berrette di Padova: belle berrette a lingua, di panno, a uso di quelle che si portano ancora in Sardegna, e che si portavano allora (cioè a dire nei primi cinquant’anni del secolo scorso) anche in Sicilia, non dalla gente di campagna che usava di quelle a calza di filo e con la nappina in punta, ma dai cittadini, anche mezzi signori; se è vera la storia che mi fu raccontata da un vecchio parente, il quale aveva conosciuto il berrettajo che le vendeva, zimbello di tutta Girgenti allora, perché dei tanti anni passati in quel commercio pare non avesse saputo ricavare altro guadagno che il nomignolo di Cirlinciò, che in Sicilia, per chi volesse saperlo, è il nome di un uccello sciocco…”.

Dunque sì, avete capito bene, protagonista della novella è una berretta di Padova, un copricapo abbastanza elegante fatto di stoffa, indossato comunemente dagli uomini della classe media che vivono in città e per questo molto richiesto. Sentite il prosieguo:

Le berrette intanto volavano da quella bottega come se avessero le ali. Gliene portavano via figli, generi, nipoti, amici e conoscenti. Per alcuni giorni egli s’ostinava a correre ora dietro a questo, ora dietro a quello, per riavere almeno, tra tante, il costo di una sola. Niente”.

E neanche l’ultimo avventore vuole pagarlo, un certo Lizio Gallo il più squattrinato di tutti che, a causa dei suoi debiti, pensava addirittura al suicidio e gli chiedeva una “padovana” in prestito per far bella figura ad una riunione importante, per lui decisiva.

Ma, dopo pochi giorni, il Gallo se ne andò al creatore per davvero:

Ora, andando il mortorio per la strada che conduce alla chiesetta di Santa Lucia, avvenne a Cirlinciò, il quale si trovava proprio in testa dietro al cataletto che quattro portantini, due di qua, due di là, sorreggevano per le stanghe, di fissare gli occhi lagrimosi su quella sua fiammante berretta di Padova, che il morto teneva in capo e che spenzolava e dondolava fuori della testata del cataletto. La berretta che il compare non gli aveva pagata. Tentazione! …Com’era bella! com’era fina! E ora, – peccato! – o sarebbe andata a finire sul capo a un becchino, o sottoterra, inutilmente”.

E fu così che Cirlinciò decise di riprendersi la berretta dopo la processione, quando il corpo è nella chiesa, e alla fine della cerimonia andò a nascondersi quatto quatto dietro a un confessionale, ma…  mentre lui si nascondeva, a sua insaputa il sagrestano prese la berretta per sé!

Contemporaneamente, altri due figuri che si erano nascosti con lo stesso intento, s’avanzarono nell’oscurità cheti e chinati come lui, con le mani protese verso il feretro.

A questo punto il Gallo, che si era finto morto per non pagare i debiti e che credeva di esser solo nella chiesa, si mise a sedere sul feretro ma si rese ubito conto che solo non era e, istintivamente, si ridistese sul cataletto, tirandosi di nuovo addosso la coltre violacea. Il suo piano era ormai rovinato e allora:

– Porco paese! – sbuffò buttando all’aria la coltre e levandosi in piedi.

– Tutto per una berrettaccia di Padova! –

Ecco, ve lo dicevo? Si tratta di una novella talmente esilarante che i Padovani devono assolutamente leggere per intero, non foss’altro che per trarla dall’oblio in cui troppo a lungo essa è stata relegata.

(Da: “Novelle per un anno”, di Luigi Pirandello)

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