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CIAK ! E io ti disegno con la luce

Estate, tempo di vacanze, tempo di foto.
Avete mai pensato che scattando una foto voi diventate “scrittori con la luce?” Eppure il termine foto-grafia significa proprio questo, in quanto fotòs (in greco) significa luce e grafia, lo sapete bene, è la scrittura. Se poi dico “calligrafia” tutti sanno che intendo dire “bella scrittura”, in quanto “kalòs” (sempre in greco) significa bello.
E quando la maestra ci diceva:”Scrivete bene bambini, mi raccomando, scrivete in bella calligrafia!” forse neanche lei sapeva che, in questo modo, ripeteva bella, bella grafia due volte.
Dunque fotografare significa diventare, per un istante, disegnatori, padroni della luce, e “appropriarsi” di ciò che si fotografa. Un lampo e…ciak! L’immagine è tradotta sul piccolo schermo del vostro apparecchio, vero prolungamento dell’occhio che, attraverso un semplice scatto, ruba un sentimento, conserva un ricordo, denuncia una violenza, consacra un rito.
Ma quando è cominciato tutto questo miracolo luminoso e chi per primo è riuscito ad imprigionare la luce? Si chiamava Louis Daguerre, un chimico francese che nel lontano 1824 riuscì, dopo molti esperimenti, a fissare un’immagine ottenuta attraverso la camera oscura, su di una lastra di rame opportunamente trattata. E ancor oggi questo processo fotografico è universalmente conosciuto col nome di dagherrotipo.
Un giornale dell’epoca, fra l’incredulo e il trionfante, scrisse a questo proposito:”Chi avrebbe creduto pochi mesi fa che la luce, essere penetrabile, intangibile, imponderabile, privo insomma di tutte le proprietà della materia, avrebbe assunto l’incarico del pittore, di disegnare le figure?”
Proprio così, anche senza saperlo, quando noi fotografiamo disegniamo alla perfezione qualcosa o qualcuno, mettendone a nudo pregi e difetti con assoluto rigore, ed è per questo che molti sono in ansia quando stanno per essere fotografati perché temono l’occhio di quell’obiettivo imparziale che può rivelarsi clemente o crudele al tempo stesso, visto che non tutti hanno la fortuna di essere fotogenici al primo colpo.
La fotografia crea un’altra maniera di vedere le cose, il suo peso dipende da dove viene inserita e cambia a seconda del contesto. Oggi, che siamo nell’èra delle immagini, fotografare sembra quasi un obbligo, con tanti usi narcisistici e non, ma, a pensarci bene, può anche diventare un potente strumento di spersonalizzazione del nostro rapporto col mondo, specie nei cosiddetti “media”. Sui “social”, infatti, tutti fanno presto a risolvere tutto con un tweet o con una foto, più o meno compromettente. Perché essa permette sì una testimonianza, una partecipazione, un coinvolgimento emotivo ma, nella logica dei consumi, è anche una forma di alienazione in quanto siamo malati di immagini, ne consumiamo a tonnellate ogni ora del giorno e ne abbiamo subito bisogno di altre, di nuove, come fossimo fotodipendenti.
In compenso però, la foto…grafia è l’unico linguaggio compreso in ogni parte del mondo, un meraviglioso geroglifico luminoso che tutti ci unisce e ci accomuna con un semplice ciak!