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E chi non ha un suo cavallo di battaglia?

In cucina, nello sport, nel gioco delle carte o nel raccontar barzellette, nella musica o nel giardinaggio, nel canto o nella fotografia, chi non ha un suo piccolo o grande cavallo di battaglia da esibire e nel quale ritrovarsi a proprio agio?

Tutto vero ma, mi son chiesto, cosa c’entra il cavallo in tutto questo? Eppure c’entra, c’entra eccome! E se non fosse stato per lui, da duemila anni a questa parte, addio vittorie folgoranti sui campi di battaglia con i repentini accerchiamenti e le relative cariche di cavalleria studiate sui libri di storia, addio tornei medievali e combattimenti in costume a “lancia in resta”, con cavalli addestrati a tenere il galoppo sulla zampa destra, da cui appunto il nome di “destrieri”. E addio pure ai tanti nomi di cavalli leggendari come Bucefalo, montato da Alessandro Magno o Marengo, lo stallone arabo importato dall’Egitto e montato da Napoleone che di cavalli ne aveva ben cento. E addio anche al nome di altrettanto leggendari cavalieri di ogni nazione, come gli Ussari Alati polacchi, i Dragoni della regina o i nostri Lancieri di Montebello.

Bucefalo, l’ indomito cavallo di Alessandro Magno che temeva la sua ombra

Ma andiamo per ordine. Di cavalli, si sa, ve ne sono di molti tipi e di molte razze, alcuni più adatti al lavoro, al traino, alla soma, altri alla corsa, al salto, alla caccia o alla parata, ma fra tutti i cavalli a disposizione dei condottieri i migliori erano quelli addestrati per la guerra ed eccoli qua, dunque, i nostri cavalli da battaglia: alti, forti, agili, maestosi, atti a non temere gli scontri e il fragore delle armi, oltre che a rimanere impavidi di fronte al nemico. E, beninteso, quando parliamo di cavalli si intendono naturalmente anche le giumente, senza esclusione di genere, preferite anzi dai Mongoli e dai Mori. Nel campo dei monumenti equestri, poi, numerosi sono gli esempi che li esaltano ovunque, in ogni parte del mondo, anche se per me due sono le statue che primeggiano su tutte: la magnifica statua equestre in bronzo dorato di Marco Aurelio, eretta sul Campidoglio nel secondo secolo d.C. e quella “nostra” di Erasmo da Narni detto il “Gattamelata”, in piazza del Santo a Padova, mirabile bronzo del Donatello realizzato durante i suoi dieci anni di permanenza nella nostra città dal 1443 al 1453. Si pensi che è la prima grande statua equestre ad essere fusa in Italia (ed in Europa) dopo la caduta dell’impero romano del 476 d.C., quindi esattamente più di mille anni dopo.

Il cavallo di battaglia si presentava in campo “bardato” di tutto punto, rivestito cioè di una armatura pesante, la “barda”, atta a proteggergli la testa, il collo e il petto, così come il suo cavaliere. Mentre il resto del corpo era rivestito, di solito, da una gualdrappa colorata, spesso decorata con le insegne araldiche del proprietario, che poteva anche essere imbottita per attutire i colpi o addirittura anch’essa in maglia metallica come il suo nobile cavaliere. Insomma, avete capito, si trattava di un cavallo di gran classe da cui far derivare, per traslazione, il famoso detto che ci riguarda un po’ tutti.

Cavallo bardato per la battaglia

Breve nota archeologica

Erroneamente, quando parliamo di bardature, pensiamo di solito solo al cavallo del Medio Evo o del Rinascimento mentre invece, non più di due anni fa, a Pompei, ne è stato scoperto uno di gran razza bardato di tutto punto, con tanto di sella e di finimenti riccamente decorati in bronzo. Uno splendido cavallo appartenuto ad un altissimo magistrato militare, un sauro ancora legato in stalla assieme ad altri due o tre purosangue, lui addirittura già sellato, forse pronto per correre in aiuto alla popolazione nelle ore buie dell’eruzione del ‘79. Una scoperta da brividi se si va con la mente a quelle ore terribili vissute da uomini ed animali senza alcuna via di scampo.

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