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Na cot(t)oetta a plissè

Siamo reduci ormai da un lungo periodo di intenso sviluppo economico ed i più giovani tra noi hanno dimenticato che solo qualche decennio fa chi voleva guadagnare di più, trovare un lavoro più soddisfacente, incontrare il progresso doveva emigrare farse insomma na bea vaiisa . Negli anni ’50 e ’60 l’emigrazione veneta alla quale ho assistito anch’io era soprattutto verso Milano e Torino. Le grandi fabbriche di Milano come l’Alfa Romeo, la Fiat a Torino ma poi anche le industrie chimiche, la Pirelli, La Magneti Marelli, la Snia Viscosa assumevano sistematicamente e chi era appena diplomato o aveva anche solo lavorato in campagna subiva l’attrattiva fortissima di questo bengodi di Milano e Torino ove il lavoro era ben retribuito e c’era per tutti.

Io al tempo ero piccolino ma mi ricordo molto bene i discorsi dei grandi che si trovavano d’estate quando i così chiamati milanesi e i torinesi ritornavano nei nostri paesi e si riuniva la parentela a Roncajette a Rio a Ponte.

Molte famiglie si divisero in quel momento chi alla volta di Milano chi di Torino chi in altre parti del Piemonte come Alessandria. In ognuna di queste città si sono formate delle numerose colonie di veneti ove si parlava veneto italianizzato o lombardizzato perchè bisognava pur farsi capire.

Il milanese acquisito faceva sempre lo sbruffone. Secondo i suoi racconti a Milano era tutto grande, tutto bello, a Milano la statua della Madunina era tutta d’oro, a Milano c’era un negozio con 500 commesse alto sette piani come il Duomo . A Milano ti pagavano il triplo delle nostre campagne e botteghe artigiane e si mangiava il panettone tutto l’anno. A Milano lavoravano anche le donne e le ragazze ed anche le pagavano bene. A Milano c’erano enormi negozi di profumi e cosmetici, ciprie, trucchi ecc. Ed il racconto veniva avvalorato dall’apertura di enormi borsoni con dentro le ciprie, le creme ecc. Le ragazze potevano permettersi un paio di “calse fine” ogni giorno”. Il ragazzo appena assunto alla Fiat poteva comprare una bella auto ogni sei mesi pagandola la metà del prezzo.

Voi capite che questi discorsi fatti a gente che la macchina non ce l’aveva, le calze fini non esistevano nel commercio locale, i ragazzi che facevano i garzoni e gli apprendisti non era usuale pagarli semmai, solo dopo anni, si poteva dar loro una specie di paghetta settimanale al sabato, suscitavano invidia e “voglio anch’io andare a Milano ”

Pertanto quando nel mese di luglio e agosto tornavano i milanesi ed i torinesi nei nostri paesi si restava a bocca aperta a sentire i loro racconti.

Solo mia mamma era sempre molto scettica sulle meraviglie di Cusano Milanino, Lambrate, Paderno Dugnano, Carugate e Sesto San Giovanni questi i nomi che ricorrevano più spesso. Lei ascoltava in silenzio i favolosi racconti dei “milanesi” e soprattutto delle nipoti e poi tra se ripeteva : “A mi sto Mian non me convinse. Al settimo piano me manca l’aria e bisogna che te compri anche quea”.

Ma quell’anno alla vigilia di Ferragosto tornarono i milanesi e ci riunimmo tutti a casa di una Zia che abitava in periferia di Padova. Io ero piccolino ma i gesti e le parole le ricordo bene.

La cugina innamorata di Milano comincia il racconto inevitabile su Milano: quant’è grande, quant’è bella, quant’è ricca e poi aggiunge la moglie di un giovane tecnico che insoddisfatto di lavorare alla Snia Viscosa di Padova era stato appena assunto dall’Alfa Romeo a Milano! E poi quando mai la troverete qui a Padova una meraviglia come questa? Nel dire ciò aprì la borsa ed tirò fuori un pacchetto ben confezionato che posò sul tavolo e si mise ad aprire sotto gli occhi della parentela. La frase ed il gesto destò subito una grande attenzione nei presenti e soprattutto delle donne e delle ragazze che accorsero subito a vedere la “meraviglia”. Aprì con lentezza il pacchetto e tirò fuori una gonna di colore bianco candido confezionata tutta a pieghette di circa due, tre centimetri l’una . Nonostante fosse stata piegata più volte non era stropicciata e le pieghe erano perfette. La milanese disse “Guardatela ea xè na cotoea a plissè “. ” Non è una meraviglia ?”. Le altre donne e ragazze furono sorprese come avessero visto per la prima volta il mare. La gonna era leggerissima, tutta pieghette, perfetta senza stropicciature. Cominciarono allora a toccarla a risvoltarla per vedere come era fatta. Dove c’erano le cuciture. Come mai le pieghe restavano sempre diritte e perfette anche stropicciandole. Disse la milanese alle altre ammutolite: “In America i fa i film co ste sotane qua” rivelando una pronuncia che dal veneto stava ormani transitando verso il lombardo. ” La Merylin ga fato sechi mezi americani con na cotoeta come questa” – disse la milanese in vacanza.

Le altre donne furono ammutolite: la gonna era leggera non aveva la fodera interna, tutte le pieghe partivano dalla cintura con perfetta misura, se la muovevi faceva la ruota e si estendeva come la corolla di un fiore. Nessuna aveva mai visto una cosa simile. Le gonne al tempo erano lunghe e pesanti e fatte di cotone o di lana in inverno ma si stropicciavano con facilità. Il marito della milanese con fare distaccato spiegò dal punto di vista tecnico come era stata confezionata una simile meravigliosa gonna a plissè. “La fanno con un tessuto – spiegò – che contiene delle fibre sintetiche che una volta trattato a caldo e con dei solventi non perde più la piega nemmeno se la lavi cento volte e poi dopo il lavaggio riprende la piega anche senza doverla stirare”. Ecco il segreto. Non serviva più stirare quelle centinaia di pieghette. Era veramente una bella innovazione.

Ma l’ammirata novità si chiuse con un battibecco.

Mia mamma però, da magliaia, era sempre scettica sulle novità di sartoria e scuoteva la testa sulle innovazioni. “Ma co sta cotoetta te farè anca na bea figura ma d’inverno te bati i denti.” – rispose la nipote: “Ma zia no te se che a Mian ghe xe el riscaldamento soe case. Non se bate più i denti come in tempo de guera“. “Si va ben ma mi sta cotoea non me a metterò mai” – rispose mia madre. E subito la nipote sbruffoncella rispose: “E sì zia oltre aea cotoea ghe voe anca e gambe!” Rispose mia mamma alla saputella che era anche un po cicciottella “Ma pal momento vedo soeo na bea lengua a plissè”.

Ricordo però che un anno dopo cuginette, zie giovani, zie non più giovani e persino le bambine tutte avevano anche da noi le gonne a plissè e le cuginette giocano a fare la ruota con la gonna. E poco tempo la gonna a plissè cominciò anche ad accorciarsi.

Milan l’e sempre un bel Milan.

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