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“Pittime” vere o presunte nella Venezia del ‘500

Puntualmente, quando arrivava l’autunno, mio padre con i suoi amici pensava a come dar la caccia alle anatre in valle, nelle botti, e la vigilia della partenza i preparativi diventavano frenetici: e gli stivali, e la cartucciera, e il cappello con la piuma di fagiano, e soprattutto la doppietta ben oleata a canne lisce con la zigrinatura in oro poco sopra il grilletto e le cartucce da dodici adatte alla selvaggina migratoria. Ma, oltre che di anatre e di germani reali, i màsari, ricordo che sentivo parlare di svassi, di aironi, di pivieri, e di… pittime. Un uccello migratore della grandezza di una gallinella d’acqua, dal verso simile a un grido stridulo, prolungato, ripetuto a intervalli regolari. Perciò, quando mia madre talvolta mi rimproverava del mio piagnucolare dandomi della “pittima”, oppure mi diceva di “non fare la pittima” io non mi offendevo più di tanto pensando a questo innocuo uccello di palude.

Solo da adulto, studiando la storia di Venezia e le sue istituzioni, con mia grande sorpresa ho trovato, accanto alle alte cariche dello Stato come gli Avogadori, i Savi e i Magistrati quest’altra umile funzione pubblica della “pittima”, quel tale che se ne girava di calle in calle reclamando a gran voce, in continuazione, ai debitori di saldare i loro debiti. Particolarmente attiva a Venezia, ma anche a Genova e a Napoli, questa figura singolare era pagata a bella posta dai creditori perché stesse tutto il giorno alle calcagna dei rispettivi debitori e li facesse vergognare in pubblico sì da indurli ad onorare il dovuto. Avete capito? Un ufficio…ambulante per la riscossione dei crediti con tanto di “stalking” autorizzato, una vera gogna mediatica che alla lunga dava i frutti sperati, con il malcapitato costretto a cedere per sfinimento ed imbarazzo. Anche perché la “pittima”, scelta tra i poveracci dei Sestieri non aveva niente da perdere e non passava certo inosservata fra il pubblico in quanto era vestita tutta di rosso e perseguitava la persona presa di mira ovunque andasse, ovunque fosse. E per giunta il debitore pedinato, messo alle strette, neanche poteva ribellarsi o nuocergli in alcun modo, pena una severa condanna.

La Serenissima, infatti, visto che i suoi scambi commerciali avevano a che fare con mezzo mondo, ci teneva a che il credito in casa propria fosse tutelato. al punto che la “pittima” godeva di una diretta protezione da parte del Doge. Lo stesso valeva per Genova, e il ritratto di questa bizzarra figura lo troviamo addirittura in una canzone dialettale di Fabrizio De André intitolata proprio “ ‘A pittima” dove alcuni versi dicono:”…e vado in giro a chiedere i denari/ a chi se li tiene e glieli hanno prestati”.

Il significato originario del termine pittima gli studiosi lo imputano all’etimo greco “epithema” che significa “applico sopra”, “impacco” su una parte malata, da cui per traslato: persona insistente e fastidiosa, che ti sta appiccicata addosso, sempre a lamentarsi. Un vero impiastro, insomma.

Fin qui tutto vero, per carità, ma io non posso togliermi dalla mente il ricordo infantile di quell’uccello palustre di cui sentivo parlare da bambino, che in laguna va ripetendo a intervalli regolari il suo verso prolungato e lamentoso mentre è alla ricerca di molluschi e di piccoli crostacei.

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