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Xe morto Bepi Catarin

Nooo! Non è possibile! La notizia si è sparsa subito in un baleno una fredda mattina del 25 novembre del 2017, e il rintocco mesto delle campane a morto, collocate nella cella più alta del campanile che lui stesso aveva contribuito a costruire insieme al padre Rino, non lasciavano adito a dubbi.

Eppure aveva ancora tanti lavori da terminare, tanti tetti da riparare, tante pietre da ricollocare in bella vista sulla facciata dell’antico palazzo medievale, detto “del capitano”, che stava restaurando. Ora anche il patriarca del paese, come amichevolmente lo avevo battezzato io, se n’era andato. Il suo vero nome era Giuseppe Nardo e proveniva da una famiglia di grandi lavoratori, di quelli che “si erano fatti tutto da soli” come si usa dire. L’ultima volta che mi ha sistemato le tegole sopra la casa è stato l’anno scorso: su, su per la lunga scala a pioli senza un attimo di esitazione, le solite ciabatte logore ai piedi, mai una vertigine, mai un cedimento. E quando se ne stava per ore a lavorare appollaiato lassù, vicino alle antenne TV lui era felice, proprio come “Il barone rampante” di Italo Calvino che aveva costruito tutta la sua vita sugli alberi. Terminato il tetto aveva l’accortezza di avvolgere i camini con delle reti perché non vi cascassero dentro gli uccelli e poi in cima ad ognuno di essi poneva il suo marchio di fabbrica, una bella palla in cemento bianco che doveva “tagliare il vento” degli uragani, come gli aveva insegnato suo padre.

Amava vantarsi fanciullescamente di aver frequentato per un paio d’anni le “scuole alte” di Padova all’Istituto d’arte “Selvatico” poi un giorno, all’ennesimo ritardo per i troppi lavori dei campi che lo attendevano fin dal primo mattino, il grande maestro e artista Sartori lo prese bruscamente in disparte dicendogli:

Ma tuo padre dove lavora?”.

In via S. Francesco, signor professore, sta restaurando un palazzo

E allora, ragazzo, vai là ad aiutarlo!

E fu così che, d’ora in poi, suo maestro per tutta la vita sarà il padre Rino, genitoretemuto e rispettato, prezioso consigliere ascoltato in ogni occasione, anche in prossimità del matrimonio. Accanto a lui imparò ad amare le pietre, ad accarezzarle una per una, a pulirle, a sistemarle in bella vista a spigolo, in taglio, ad arco, ad inquadrare “occhi” di portici, a valorizzare le facciate dei palazzi concornici in aggetto di porte e finestre, operazione questa che può dirsi culturale, prima ancora che muraria. Il tutto sempre armonizzato con amore e perizia. Quelle “sbeccate” invece, che non erano proprio più recuperabili, allora le pestava in un mortaio per trasformarle in una farina rossastra finissima che, mischiata alla malta e al cemento, colorava le pareti di un rosa caldo, inconfondibile, conferendo al muro un non so che di nobile e antico, come il trovarsi davanti ad un affresco.

Tre volte nella sua vita, mi raccontava ridendo, aveva passato la notte in bianco. La prima quando si era trattato di ideare e sagomare la cuspide del campanile. E vorrei vedere chi avrebbe dormito durante i lavori febbrili per il completamento di un’opera così gigantesca “da far tremare le vene e i polsi”, visti anche i poveri mezzi a disposizione dei “murari” negli anni ‘50 del secolo scorso: un secchio, una carriola, due badili, qualche corda e una carrucola cigolante.

La seconda quando aveva dovuto recarsi a Roma con un amico ingegnere per valutare dei lavori. Pernottarono in un albergo costoso della capitale e lui non chiuse occhio tutta la notte, facendo e rifacendo mentalmente il conto dei soldi che…scivolavano via col passare delle ore. Soldi buttati al vento, come gli aveva insegnato suo padre, al pari delle sigarette o dei caffè al bar, uno spreco inutile, tante pietre gettate che si potevano comprare.

La terza fu quando dovette stendere sotto al tetto di casa mia dei materassini di lana di vetro per l’isolamento termico. La sera, dopo una bella doccia tentò di prendere sonno ma invano. Le minutissime scaglie di vetro gli procuravano un prurito, così fastidioso e continuo che la moglie Carla non lo volle vicino e lo cacciò dal letto.

Bepi amava visceralmente la Bibbia, era il suo pallino costante nelle discussioni, anche con gli estranei, il suo punto di riferimento in ogni occasione. Incarnava la tradizione pur non essendo bigotto, sempre pieno di domande com’era e critico sui punti che non gli tornavano. Chissà che ora non stia discutendo con Abramo perché volesse sacrificare proprio il suo unico figlio Isacco che tanta fatica aveva fatto per averlo! Ciao Bepi, ci mancherai.

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