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Cristoforo Colombo, navigatore controverso

Tutti crediamo di conoscere, bene o male, per gli studi fatti in gioventù, la vita di Cristoforo Colombo ma anch’io ho dovuto ricredermi dopo la lettura del bel libro-romanzo di Sandro Dini, giornalista toscano, che ricostruisce le gesta del grande genovese attraverso la recente scoperta di 9 sue lettere (Relaciones) ai Re di Spagna Ferdinando e Isabella, suoi finanziatori.

Poco sappiamo delle sue umili origini anche perché, lui per primo, si vergognava a parlarne e fingeva ascendenze nobiliari del tutto inventate. Gli storici hanno infatti appurato che suo nonno era piacentino di Bettola e commerciava granaglie e farine lungo la via del pane che portava in Liguria. Ed in Liguria i Colombo finirono per stabilirsi, a Quinto prima e a Genova poi in via Vico Diritto, dove il nostro Cristoforo nacque nel 1451.

Il ragazzo crebbe dunque tra i carruggi dell’angiporto fino ai 14 anni quando decise di imbarcarsi come mozzo su una delle tanti navi della “Superba”. Assaporerà così per la prima volta quell’odore del mare che non lo abbandonerà più. A 25 anni è ormai un esperto nocchiero che naviga costeggiando l’Africa fino alla Guinea e alle isole di Capo Verde da un lato e lungo l’Atlantico settentrionale dall’altro, fino al trafficato porto di Bristol, in Inghilterra.. Ed è proprio qui che si innesta, tra leggenda e realtà, il suo viaggio verso i ghiacci e il fuoco della mitica Tile, l’odierna Islanda, la terra dei Vichinghi, anch’essi navigatori esperti e spericolati che forse avevano già toccato l’America prima di lui.

Ne aveva fatta di strada quel ragazzo alto, dagli occhi azzurri e dal pelo rossiccio, ossessionato di buscar el Levante por el Poniente, sicuro di poter cioè raggiungere le favolose Indie e il misterioso Oriente, così ben descritto nel “Milione” di Marco Polo di cui era assiduo lettore.

Si stabilisce dunque a Lisbona, “la Roma del mare” per quei tempi, e si sposa con una gran dama dell’aristocrazia, Felipa, che lo introduce nel rango della nobiltà portoghese e che gli darà un figlio, Diego. E per di più, fortuna non da poco, gli darà in custodia anche tutte le carte nautiche di suo padre, grande studioso dei fatidici Venti Alisei che, soffiando sempre nella stessa direzione, saranno quelli che lo porteranno alla scoperta delle “sue” Indie.

Ma, prima che il sogno s’avveri, dovranno passare ancora una quindicina d’anni fra perorazioni, suppliche, consigli e anatemi. Da buon genovese escogita perfino di mettere in concorrenza re Giovanni II del Portogallo con il re di Spagna Ferdinando d’Aragona e sua moglie Isabella di Castiglia che, detto tra parentesi, aveva un debole per lui, e questo pur di arrivare a mettere in atto la traversata del “Mare Tenebroso” com’era chiamato a quei tempi l’Oceano Atlantico.

E a Palos, vicino a Cadice in Spagna, arriva finalmente l’alba di quell’agognato venerdì del 3 agosto 1492 che passerà su tutti i libri di storia come la data più importante dopo la nascita di Cristo, perché stanno per salpare le famose tre caravelle che, dopo un’infinità di tempeste e di peripezie, vedranno terra alle due di notte del 12 ottobre 1492, alle Bahamas.

Erano passati 34 interminabili giorni di navigazione e l’Ammiraglio Colombo, religiosissimo, battezzerà l’isola che aveva davanti a sé col nome di San Salvador.

Purtroppo per lui, però, in questo viaggio egli non trova né oro né pietre preziose, solo selvaggi che danzano nudi e uccelli variopinti. Di certo non si rendeva ancora conto che, grazie alla sua scoperta di un Nuovo Mondo, era arrivato per la storia d’Europa un momento cruciale, quello di lasciarsi definitivamente alle spalle il Medio Evo per aprirsi la strada all’età moderna.

Ma non si dà per vinto e, appena può, sempre con l’ostinata convinzione di sfondare verso le Indie, imbastisce un secondo viaggio verso Haiti e poi un terzo fino in Giamaica e infine un quarto fino a Cuba e alle porte di Panama. Testardo com’era continuava a ritenere, infatti, che quelle isole non fossero altro che le estreme propaggini del Cipango (Giappone) o del Catai descritto nel “Milione” di Marco Polo.

Cercava l’oro, tanto oro a buon mercato, ma con Colombo importeremo dalle Americhe un altro tipo di oro, il mais che i nativi chiamavano maiz e il tabacco, oltre che, purtroppo, la sifilide trasmessa sessualmente dai marinai (poi chiamata in seguito anche “mal francese” o “mal napoletano”). In cambio gli Spagnoli, oltre ai cavalli, ai cannoni e al Vangelo imposto con la forza, esporteranno vaiolo, morbillo, peste, influenza, scarlattina e chi più ne ha più ne metta, tutte malattie che decimeranno quelle popolazioni indifese, prive di anticorpi.

Ma, dopo tanti trionfi dell’Almirante del Mar Oceano ecco arrivare anche per lui il declino, la malattia e la morte, che lo coglierà all’età di 55 anni a Valladolid, il 20 maggio del 1506. Si spegnerà in solitudine, .senza un lamento e sarà il figlio illegittimo Fernando, suo futuro biografo, a chiudergli gli occhi per sempre.

E il re Ferdinando? Come ricompensa a tutto quello che Colombo aveva dato alla Corona di Spagna non trovò di meglio che far scolpire sulla sua tomba uno stringato epitaffio:”Por Castilla y por Leòn / Nuevo Mundo hallò Colòn”. Dove addirittura il verbo spagnolo “hallò” sta per “trovò”, quasi fosse stato un puro caso e non invece “scoprì”, come era avvenuto grazie al suo studio indefesso, alla sua tenacia e al suo ardimento.

Oggi le spoglie di quest’uomo dalle mille sfaccettature, controverso ed enigmatico, buono e crudele, affabile e scontroso, signore dei mari e pirata del Nuovo Mondo riposano finalmente, dopo varie peripezie, nella cattedrale di Siviglia.

UNA DELLE MAPPE CHE USÒ CRISTOFORO COLOMBO

Si tratta di una grossa cartina di 1,2 metri x 2, del cartografo tedesco Henricus Martellus del 1491, completamente coperta di scritte oggi illeggibili: note geografiche, annotazioni prese da Il Milione di Marco Polo, indicazioni su dove trovare perle e mostri marini, e descrizioni degli abitanti di paesi lontani.

Curiosità

Mettendo il naso dentro alle capanne dei cosiddetti selvaggi i marinai di Colombo si accorsero che non c’erano letti per terra o giacigli per dormire ma solo stuoie appese alle due estremità che i nativi chiamavano amahe.
Tornando alle loro navi provarono anch’essi la stessa cosa e si accorsero che erano assai più confortevoli delle loro dure assi di legno. Avevano scoperto l’amaca!

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