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EL MOTORIN

Chi non conosce cosa sia el motorin dovrebbe aver provato ad andare a scuola o al lavoro, sempre e solo a piedi o in bicicletta. La bicicletta è una bella cosa, sì ma con la bella stagione e soprattutto quando in garage hai l’auto o la moto o la mamma con il Suv. Noi ragazzi degli anni 50, a casa non avevamo l’automobile, non era come oggi che le famiglie sono piccole e c’è un’auto a testa. Bisognava andare a scuola o al lavoro a piedi o in bicicletta per poter capire e desiderare il progresso. Quando pioveva ti lavavi, quando nevicava dovevi andare a piedi e quando c’era il ghiaccio, andare in bicicletta era un disastro e poi bisognava faticare. Una salita costava fatica e poi la tua autonomia era limitata alle possibilità della tua bicicletta. Passava un’auto e ti lavava dalla testa ai piedi. Vivevi anche una sensazione di vergogna e di inferiorità. Il cittadino andava a scuola bello e pulito, il campagnolo arrivava a scuola o al lavoro tutto bagnato, pieno di fango. Le differenze di classe si notavano anche da queste cose.

E’ vero che qualcuno faceva anche lunghi viaggi con la bicicletta, ma faceva anche una fatica “del bisso”. Ecco allora che appena finita la guerra, dopo la ricostruzione nacquero come funghi fabbriche di biciclette. Padova contrastò efficacemente il primato di produzione nazionale a Milano e qui nacque anche l’idea di applicare un motore alla bicicletta. Furono provate tutte le soluzioni possibili ed immaginabili. Finalmente Il motore ti avrebbe tolto dalla schiavitù della fatica.

In Francia montarono un piccolo motore sul portapacchi anteriore o posteriore della bicicletta e con una leva attaccavi o staccavi il movimento alla ruota anteriore, ma era pericoloso e dava molti inconvenienti. Noi applicammo, invece un piccolo motore sotto la bicicletta davanti ai pedali e nacque così il mosquito, mentre altri motori trasmettevano il moto alla ruota posteriore con la catena. Il codice della strada allora era molto permissivo, bastava aver compiuto i 14 anni e si poteva guidare la bicicletta con il motore, che non doveva però superare la cilindrata di 50 centimetri cubici e non si poteva caricare nessun passeggero. La bicicletta così motorizzata diventava ciclomotore e si poteva guidare a 14 senza patente, senza patentino, senza targa, senza assicurazione, senza casco e spesso anche senza regole. Fu un successo mondiale! Un pò alla volta la bicicletta con il motore divenne el motorin ossia una piccola moto che aveva però agilità, facilità di guida, semplicità costruttiva e di manutenzione. Il mito della libertà per alcune generazioni di ragazzi, ragazzini e ragazzine.

La famiglia che allora non si poteva permettere la macchina, perché troppo costosa, si orientò verso l’acquisto di uno o più motorini nuovi od usati. “Finirà che anca i operai andarà a laorare col motore o magari anca in machina” sentii dire ad un capomastro che impiegava allora una trentina di muratori nella ricostruzione delle case avvenuta negli anni 50 e 60. Allora sembrava impossibile che anche l’operaio potesse permettersi una moto o una macchina, ma insomma un motorino era alla portata di tutti.

E fu proprio così, appena migliorarono un pò i salari e le condizioni di vita, la prima motorizzazione di massa fu quella del motorin. Con il motorin, anche el fornaro cambiò il suo modo di consegnare il pane, alle famiglie. Bastava applicare al motorin una cesta davanti ed una dietro e dire addio alla bicicletta, o al triciclo a pedali prima utilizzato per la consegna del pane al domicilio. E con el motorin si poteva allargare il giro a zone prima irraggiungibili. El pessaro metteva la cesta sopra el motorin partiva da Chioggia e veniva a vendere il pesce da noi. Prima con la sola bicicletta era impossibile o molto difficile. Qualcuno caricava la cassetta, che colava ghiaccio sul bus di linea e la ritirava da noi, ma era un lavoraccio, col motorin era tutta un’altra cosa.

L’industria italiana inventò in quest’epoca anche la vespa e la lambretta, che erano molto più comode nell’uso, anche se un pò più pesanti della semplice bicicletta motorizzata e abbastanza più costose del semplice motorin. Ma, dato il successo, anche la vespa e la lambretta presentarono il loro modello con motore 50 cc, che si poteva guidare a 14 anni senza targa e senza patente e fu un altro successo mondiale. Pensate, che addirittura con il motore 50, diverse aziende italiane costruirono anche dei leggeri motocarri a tre ruote con la cabina ed il cassone per piccoli trasporti, ed in alcune zone d’Italia questi motocarri divennero anche dei piccoli taxi per il trasporto di persone. Il più famoso per le tante varianti fu l’ape della Piaggio, la stessa casa della vespa, ma ne furono costruiti moltissimi altri. I motori erano spesso a due tempi per la loro semplicità costruttiva, ma non mancarono anche i quattro tempi .

Gli estimatori più appassionati del motorin furono soprattutto i giovanissimi. «Papà me lo comperi il motorino?» – era questa la domanda che ogni ragazzo prima o poi dove fare a papà ed era questa la domanda che ogni papà si aspettava e temeva. E se andava male con il papà si poteva provare anche con il nonno o la nonna perché nonni, nonne e zie per la prima volta potevano godere della pensione, e con la pensione si potevano fare tante cose, tra cui comprare el motorin nuovo o usato al nipote.

Per i ragazzi el motorin era la sostanza della libertà. Col motorin si poteva andare a scuola o al lavoro in piena autonomia. Si poteva far parte di compagnie di ragazzini motorizzati, che andavano in gita, in vacanza. Si poteva andare al mare, fare un giro per i colli, prima impensabile. Si poteva andare a conoscere ragazze a Piove di Sacco, a Sottomarina, a Jesolo. Si poteva andare a Cortina in motorino. A quattordici / quindici anni il motorino ti allargava l’orizzonte e ti faceva sentire inserito. Tanto fu l’amore per il motorino, che subito iniziò l’attività di elaborazione o manomissione del motorino. Tanti divennero meccanici, non perché studiarono con passione all’istituto tecnico, ma perché iniziarono a montare e smontare il motore del Ciao, del Califfo, del Supercaliffo , della vespetta, della lambretta, del Minarelli, Garelli, Moto Morini, Benelli e centinaia di altre marche nate come funghi negli anni 50,60,70. Furono scritti anche molti libri sulla manomissione del motorino. Ricordo anche un corso a dispense sull’elaborazione del motorino cui ti potevi abbonare o comprare in edicola. In genere si cominciava con il manomettere o cambiare la marmitta, perché il rumore fosse simile a quello di una vera moto e possibilmente fosse aggressivo. Vendevano degli appositi kit per cambiare la marmitta e nacque così la marmitta a spillo, la marmitta a trombetta, la marmitta alta ed anche quella che cambiava suono variando il terminale di scarico modificando il silenziatore. Poi si passava al carburatore, poi lo spianamento della testata, il cambio del pistone, l’aumento della cilindrata e della velocità di punta. Poi si passava agli ammortizzatori anteriori e posteriori e al miglioramento della frenata, della tenuta di strada, la sella lunga ecc. I piccoli chimici si applicavano anche ad elaborare in casa la miscela per alimentare il motore, sostituendo l’olio minerale con l’olio di ricino, aggiungendo additivi antidetonanti, cercando di aumentare per questa via, le prestazioni del motorin. Magari si incappava in un grippaggio, ma si continuava a sperimentare.

Ci furono ditte, che sempre con motori 50 costruirono delle vere e proprie moto da corsa. In teoria il ciclomotore non poteva superare i 40 chilometri orari di velocità massima, ma nessun motorino li rispettava veramente. Bastava togliere un fermo sul tubo di scarico o sul variatore e subito la velocità massima veniva superata.

Ogni progresso ha le sue vittime ed anche el motorin ha causato lutti e disperazione. Ricordo un ragazzo piccolino, che si appassionò così tanto al suo motorino da trasformarlo in una moto da pista. Mori tragicamente dopo aver preso a tutta velocità una buca sulla strada ed essere volato in un fosso.

Ma il progresso del motorin non fu solo verso la velocità, vi fu molto progresso anche nelle cosiddette comodità. La bicicletta con il motore cominciò ad essere dotata di paragambe, perché proteggendo le gambe si aveva meno freddo d’inverno. Poi fu la volta del parabressa o parabriss in plastica e vetro per proteggere la faccia dal vento e dalla pioggia. Ricordo un parbriss per il motorino con un vetro per poter vedere la strada, dotato anche di un piccolo tergicristallo da azionare con una mano, mentre si stava guidando. E poi selle ammortizzate, sospensioni più comode, specchietti retrovisori, cestini, valigie , fari, segnalatori, trombe gli accessori per i motorini furono un’infinità.

Sentii dire ad un padre. «Mi go quattro figlie femmine e mi el problema del motorin no me toca». In realtà appena qualche mese dopo la figlia maggiore, che aveva trovato lavoro a 15 anni presso una fabbrica di Ponte San Nicolò, affrontò a muso duro il padre e gli disse: «Voglio anch’io el motorin per andare al lavoro, sono stanca di andare al lavoro sempre in bicicletta». Il padre fu molto sorpreso non se l’aspettava, el motorin era roba da maschi e provò a tergiversare. Disse alla moglie «provemo a tenere duro con la figlia maggiore e così la battaglia del motorino la vinceremo per sempre» – ma non fu così. La figlia dopo qualche mese ritornò all’attacco e poi di nuovo. Ed il padre burbero, come quelli di una volta, non potè più tergiversare, perché la figlia gli fece capire ad un certo punto, che lei a 15 anni portava a casa una busta paga che era quasi simile alla sua. Di malavoglia, andò allora dal concessionario ed ordinò un motorino per la figlia, non era un Ciao, ma un altro motorino leggero con i pedali e sconsolato disse al meccanico. «Me serve un motorin ma xe mejo che te me ne vendi quattro. Te i pago a rate».

Aveva già capito che nel sbrissar no ghe xe ritegno.

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Una risposta.

  1. adriano smonker ha detto:

    Formidabili i ricordi di Leone, sempre arguti e puntuali, che fanno rivivere un’epoca a dir poco…eroica!

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