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Gerea un finco o gera na fista?

Un gruppo di cacciatori si ritrovava spesso in un’osteria adesso chiusa, che si trovava sulla strada che da Rio porta a Voltabarozzo. Il menu autunnale prevedeva spesso poenta e osei scampai. Con il divieto dell’uccellagione, le limitazioni poste alla caccia delle varie specie di uccelletti divenivano sempre più severe, e così anche i costi sempre più alti. I controlli sempre più assidui fecero sì, che il celebre piatto dell’autunno-inverno poenta e osei tra cacciatori diventasse un sogno. Ed allora facendo di necessità virtù l’oste si era inventato il surrogato di quel famoso piatto ossia poenta e osei scampai. Perché gli uccelli proprio non c’erano e quindi si mangiava osei scampai. Si prendevano allora bocconcini di carne magra, li si avvolgeva con una foglia di salvia a loro volta avvolti di nuovo con una fettina di pancetta, si infilava il tutto sullo spiedo a girare sulla brace di legna secca ed il bocconcino simulava il bel piatto di un tempo. Ma il sapore era tutta un’altra cosa.

Ma davanti ad una buona bottiglia ed anche con un po’ di malcelata invidia uno dei cacciatori che gustava di malavoglia gli osei scampai se ne uscì con una esclamazione strana: «Bon sto piato, ma poenta e osei xe n’altra roba». E poi: «Conosso un furbo che magna sempre poenta e osei ma quei veri, quei coi ossetti da ciuciarse e man».

«Come! Non è possibile, l’uccellaggione non si può più fare! Ci sono le guardie venatorie, ci sono le guardie provinciali, che ti controllano!» – disse sorpreso il Presidente dei Cacciatori.

Ed il cacciatore sicuro di sè replicò: «Venite con me che vi faccio vedere come se continua a preparare e magnare poenta e osei».

Allora un gruppo di volontari si dettero appuntamento per il giorno successivo all’alba per andare a visionare il posto assieme alla guida. Era un posto abbastanza nascosto posto allora alla fine di una strada che poi attraversava dei campi senza abitazioni solo fossi e rive e bustijje de vegne.

Zitti zitti dalla strada i cacciatori osservano ed ascoltano. Sul far del giorno il nostro cacciatore solitario esce di casa e prima di andare a monsare le vacche si apposta lungo una riva dentro una specie di capanno con uno schioppettino in mano che faceva un rumoretto che sembrava innocuo. Pum! Pum! Dopo lo sparetto usciva dal casotto de cane il nostro mattiniero cacciatore recuperava le prede e poi velocemente rientrava in casa , nella stalla. Ovviamente l’interessato non si accorse di nulla. Ma ormai la notizia aveva fatto il giro dei cacciatori ed era arrivata anche all’orecchio della guardie venatorie.

Vista l’abitudine di cacciare al mattino presto del nostro bracconiere le guardie venatorie gli prepararono allora una bella imboscata.

Raccolsero informazioni sullo strano bracconiere sulle sue abitudini, sul suo metodo di caccia ecc. ed emerse che il bracconiere era un tipo geniale si faceva lui delle piccole cartucce con della polvere nera, comprava poi i pallini di piombo e li metteva dentro a dei tubicini di carta con un fondo metallico e confezionava le cartucce per un suo piccolo fucile che era molto vecchio e che sparava un solo colpo.

Allora una bella mattina di novembre le guardie bene informate dai cacciatori locali si appostarono vicino alla casa quando ancora faceva buio e quel mattino vi era anche una nebbia talmente fitta che non si sapeva più dove fosse finito il fossato, la riva, la casa ed allora i nostri stettero lì acquattati in attesa. Sembrava che non succedesse nulla e si erano anche ormai riempiti di freddo perché quel mattino c’era la nebbia ma anche la brosema e faceva veramente un bel freddo umido.

Improvvisamente però il cacciatore indisciplinato uscì di casa, trovò a memoria la sua postazione ed incredibilmente vide un uccellino sul ramo più basso del selgaro. Fece PUM! con il suo fuciletto ed uscì per andare a prendersi la preda. La trovò subito ai piedi del selgaro e si voltò per riprendere la sua posizione. Le guardie venatorie non aspettavano altro e balzarono fuori come leoni in agguato, due davanti due dietro.

Gli gridarono subito «ALT! Documenti! Controllo venatorio! Mani in alto!».

Il nostro cacciatore de sfroso vide dalla nebbia spuntare berretti, divise, taccuini si voltò indietro di scatto per cercare la via di fuga, ma non la trovò perchè due guardie si erano già piazzate alle sue spalle. Vistosi ormai perduto tentò tutto il possibile ed allora portò la mano alla bocca ed ingoiò la preda in un sol boccone. Con le penne e tutto il resto! Ebbe effettivamente qualche colpo di tosse, ma lo spavento gli fece passare tutto.

Le guardie allora lo perquisirono, gli controllarono la licenza di caccia gli fecero il verbale di contestazione. Il nostro bracconiere amante però della vera poenta e osei si difese abilmente in Pretura dicendo: «Sì!È vero signor Pretore ho sparato, ma era così tanta la nebbia, che non si vedeva nulla. Ho sparato con un fuciletto per allenarmi, ma non ho colpito nessun uccellino».

Fu assolto con formula dubitativa per assenza di prove perché il corpo del reato non si trovava. Allora andava così!

I cacciatori e le guardie, però subito dopo il fatto e per anni a seguire si interrogavano spesso nei loro incontri conviviali o meno ricordando l’episodio. Quel boccone trangugiato così di fretta era un finco o era una fista. A saperlo! Nemmeno l’interessato lo seppe mai!

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