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Gioanin! I sona e campane!

Verso la fine dell’anno 1964 la Giunta Comunale di Ponte San Nicolò capeggiata dal suo Sindaco Giovanni Bezzon era riunita praticamente in continuazione nel vecchio municipio antistante la statale piovese, per preparare il bilancio preventivo per l’anno 1965. Il bilancio preventivo doveva essere dapprima preparato dalla Giunta e poi approvato dal Consiglio Comunale al massimo entro il 31 dicembre. La preparazione del bilancio preventivo era per il Sindaco e la Giunta l’attività di gran lunga più lunga ed impegnativa dell’anno. Le esigenze e le spese erano tante e tutte non rinviabili mentre le entrate erano scarse ed anche incerte. Il Comune poteva mettere delle imposte, ma come nel caso dell’imposta di famiglia, il sistema era alquanto ingenuo ed impreciso, figlio di un paese che non c’era più. L’imposta sul tenore di vita della famiglia, questo era il nome ufficiale del tributo da pagarsi al Comune, era un’imposta comunale di vecchia origine, ma molto folcloristica ed approssimativa e non era la sola. Ad esempio c’era anche l’imposta sui cani, che classificava il possesso del cane in varie classi e colpiva al massimo il cane cosiddetto di lusso, al minimo il cane da pagliaio, mentre non colpiva affatto il gatto, nemmeno quello di lusso o da salotto che dir si voglia. E c’era l’imposta comunale di consumo, che tutti però chiamavano el dassio, che come folclore impositivo non scherzava.

Ma tornando all’imposta di famiglia, che forniva una buona parte delle entrate del bilancio comunale. Bisogna dire che in quegli anni funzionava la commissione dell’imposta di famiglia, che attribuiva ai vari capifamiglia l’imposta annuale da pagare per conto di tutta la famiglia. Il capofamiglia poteva però ricorrere contro questo, chiamiamolo “accertamento”, ed allora venivano sentite le sue ragioni in apposite audizioni. Esse avvenivano di sera nella sala della Giunta insieme ai pochi ricchi, mentre facoltosi del Comune si presentavano sempre con l’avvocato al seguito, il quale intimidiva con la sua retorica i poveri consiglieri comunali e assessori, spesso con la scuola elementare, che componevano la Commissione. Fortunatamente in quegli anni di ritrovata unità nazionale, dopo le sofferenze della guerra tra gentiluomini, perchè i capifamiglia erano praticamente sempre maschi, si finiva sempre o quasi per mettersi d’accordo e fare il cosiddetto concordato. Il ricorrente non voleva pagare nulla, i commissari invece volevano fargli pagare qualcosa, altrimenti il Comune non avrebbe avuto entrate. Allora si faceva riferimento all’opinabile tenore di vita della famiglia.

L’assessore anziano ascoltava la sfuriata dell’avvocato di grido e poi diceva :

«Toni no te poi pagare gnente. I me dise che a Nadae passà, to mojere gaveva ‘ndosso na peicia!» – «Te ghe na casa co 15 finestre, co na fameja grossa» – «I te ga visto ‘ndare a Sant’Osvaldo in agenzia dea Banca Popolare più de ‘na volta!» – «Toni te ghe anca el gato che porta casa schei!»

Allora il riottoso contribuente viste le delicatissime notizie di cui disponevano i commissari e se di cuore buono rispondeva per non aver fastidi:

«Beh! No vojo pagar gnente, voio pagar ‘na roba giusta… soportabie. Femo conto del campo de formento, dopo che el ga ciapà na tempestada. Disime quanto forte che xe ‘sta tempestada!»

E allora tira, molla, mettiamo nero su bianco l’accertamento era di 20.000 lire facciamo 10.000 e non se ne parla più.

«Va bene! Segretario facciamo subito due righe di accordo perchè non vorremmo che domani costui ci ripensasse» – diceva il Presidente della Commissione.

Si faceva allora l’accordo e la somma concordata veniva iscritta nella cartella delle tasse da pagare nel corso dell’anno successivo.

Quell’anno, però nonostante l’ingrato lavoro della Commissione per l’imposta di famiglia e il lavoro del Segretario comunale, che all’epoca fungeva anche da ragioniere comunale, perchè il Comune non poteva permetterselo, dato che era troppo costoso. I conti non volevano sapere di quadrare.

«Le entrate devono pareggiare le spese previste» – diceva in Giunta il Segretario.

«Le entrate devono pareggiare le spese previste» – diceva il Sindaco.

«Bisogna tagliare le spese» – rispondeva il Segretario

«Non bisogna aumentare le entrate» – dicevano i membri di Giunta.

Occhio però! Non ci si poteva trovare nel corso dell’anno, che le entrate non c’erano più, mentre le spese correvano lo stesso. Se chiudevi in passivo arrivava il commissario del prefetto che esonerava il Sindaco, la Giunta ed il Consiglio e cominciava la gestione commissariale fatta da un funzionario della prefettura. Una catastrofe amministrativa e quindi anche politica. Gli animi allora in consiglio erano sempre molto accesi e la contrapposizione politica molto forte .

Riunioni sopra riunioni, ma il pareggio di bilancio, questo era il termine tecnico, non si raggiungeva. E non si raggiungeva perchè il Comune era poverissimo non aveva beni vendibili, quali rendite e lasciti. Aveva solo i suoi cittadini da chiamare a raccolta e ricordare loro di passare alla cassa. Molte spese erano invece incomprimibili, soprattutto quelle cosiddette di spedalità secondo il cosiddetto domicilio di soccorso. La legge sull’assistenza fatta dopo l’unità d’Italia, aveva addossato ai vari comuni italiani tranne Roma, che aveva un normativa tutta sua il compito di pagare le spese ospedaliere delle persone indigenti, inserite nell’albo dei poveri.

Il povero era quello, che non poteva pagare, ma che ugualmente per solidarietà umana non si poteva curare. Gli operai avevano l’assicurazione Inam la “Cassa malattia”, l’Inail per gli infortuni sul lavoro, mentre i commercianti e gli artigiani stavano avviando le loro Casse Mutue. Gli agricoltori per conto loro stavano facendo lo stesso. Per i poveri senza Cassa Mutua e senza una famiglia facoltosa alle spalle doveva provvedere invece il Comune e quale Comune? Innanzitutto il Comune ove si era nati anche “illegalmente”, diceva la legge e poi il Comune di dimora abituale da oltre cinque anni. Quindi per i nomadi, la gente senza fissa dimora, apolidi ed inseriti nell’albo dei poveri, rispondeva sempre obbligatoriamente il Comune di nascita. Questo fino alla riforma sanitaria del 1973 era il cosiddetto domicilio di soccorso.

Anche Ponte San Nicolò, pur essendo un Comune piccolo e misero, doveva provvedere a pagare l’ospedale o l’ospizio per i poveri, quelli cioè nati a Ponte San Nicolò, e le spese erano sempre molto alte, perchè allora come oggi, le cure sanitarie costavano molto.

Nel preparare il bilancio quindi le spese di spedalità non si potevano toccare, anzi bisognava prevedere sempre qualcosa in più in modo, che se nel corso dell’anno arrivava qualche ricovero con spesa a carico del Comune, si poteva affrontare tale spesa senza andare in rovina.

Ma quell’anno il bilancio non voleva saperne di quadrare. Le spese erano decisamente superiori alle entrate.

Il Segretario comunale si lambiccava il cervello per trovare soluzioni, il Sindaco valutava ove i tagli fossero meno dolorosi, gli assessori vigilavano il loro orticello ed i consiglieri comunali erano preoccupati del rispetto delle scadenze di legge, ma anche di non dare altre delusioni ai loro elettori ed i segretari di partito sorvegliavano i loro consiglieri.

Il Sindaco lavorava anche di notte ma niente da fare. Alla fine mancava sempre una bella cifra.

Verso sera poco prima della ennesima riunione di Giunta fatta apposta per litigare sui numeri si sentono le campane della chiesa di Ponte San Nicolò che suonano.

Un assessore che abitava vicino alla vecchia sede del Comune dice al Sindaco: «Gioanin, a Ponte i sona e campane!»

Il Sindaco senza alzare gli occhi dalle carte del bilancio ed assorto nei suoi pensieri risponde: «Assa che i sona! Sarà pa ea settimana santa

Dopo un po’ l’Assessore torna alla carica: «Gioanin, varda che a Ponte i sona da morto

«Asseme stare desso e disighe che no posso assolutamente ‘ndare a sonare fin che no saro sto maedeto bilancio».

«Gioanin, varda che i continua a sonare da morto!» Torna alla carica l’amico assessore.

Ed allora il Sindaco alquanto sovrapensiero si rivolge all’assessore e gli dice: «Va dal parroco e domandaghe chi che xe morto e quando che i fa i funerai.»

Allora l’assessore parte subito in bicicletta e percorre i pochi metri di via Giorato che separano il vecchio Comune dalla canonica e torna calmo e tranquillo dal Sindaco.

Il Sindaco allora gli chiede: «Cossa te ga dito el parroco? Chi xe morto?»

Rispose l’assessore «Mah! No go capio ben… el me ga dito che xe morta ne veceta ricoverà da tanti anni su un spissio par veci. Ma no i fa el funerae a Ponte San Nicolò i ‘o farà a Padova perchè ea xe soeo nata a Ponte San Nicolò, ma dopo ea xe nda via»

Il Sindaco allora ribatte: «Cossa xe morto? Na veceta ricoverà al spissio?» «Sì me pare de sì» Rispose l’assessore.

Il Sindaco allora cambiò immediatamente umore divenne raggiante: «Segretario controemo se xe come digo mi, ghemo sarà el bihancio! Me despiase tanto pa ea povera veceta ma ea provvidenza divina ea xe infinita. Forsa ragassi fissemo subito ea data del Consiglio Comunae e lu segretario fassa na reasion favorevoe. Me racomando».

Questa era situazione del nostro comune nei ruggenti anni 60 del secolo scorso. Questo paese senza mezzi e con tanta miseria, ha saputo pero crescere solo con il lavoro, ed oggi Ponte San Nicolò stando alle statistiche per reddito medio dei suoi abitanti, è il quinto comune più ricco della provincia di Padova. E l’ex Sindaco lo hanno fatto meritatamente Cavaliere per meriti pubblici conseguiti, come si è visto, sul campo ed il bilancio mi sembra che sia sempre in pareggio.

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