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La grammatica di Luigi XVII

«Ad usum delphini» si diceva, una volta, di quel libretto scritto e stampato in formato ridotto «ad uso del delfino» di Francia, il futuro erede al trono. E tale espressione veniva spesso usata anche ai miei tempi per tutti quei libretti tascabili riassuntivi che preparavano in fretta agli esami, tipo il Bignami per intenderci, autore prezioso e benedetto dai ragazzi alla vigilia della maturità per le sue favolose sintesi nelle varie materie.

Ebbene, dovete sapere che nella biblioteca civica di Trieste esiste proprio uno di questi libretti appartenuti al Delfino di Francia, una grammatica latina su cui pare abbia studiato il piccolo Luigi Carlo figlio dello sventurato Luigi XVI che finirà alla ghigliottina. Il re, nei primi quattro mesi della sua prigionia dal 13 agosto al 25 ottobre del 1792, rinchiuso nella torre dei Templari, in pieno centro di Parigi, passava le sue giornate impartendo al figlioletto poco più che settenne, lezioni di calligrafia, di grammatica francese, di aritmetica, di geografia, di storia, nonché le prime nozioni di lingua latina.

Ed eccola dunque finita a Trieste questa grammatichetta appartenuta al Delfino di Francia dal titolo «Règles pour écrire le Latin» portata fin lì dalle zie del principino nel loro peregrinare attraverso la nostra Penisola per sfuggire alla sanguinosa rivoluzione francese. Il libretto, non più alto di una spanna misurando solo 19 cm. è formato da 268 pagine con rilegatura dorata ed un segnalibro di seta verde, e risulta essere un cimelio toccante e prezioso, fonte di notizie e di studi ancora aperti, sia pure controversi. Ciò è dovuto soprattutto per via delle date perché sul frontespizio è impresso (non si sa se autentico o postumo) l’anno 1795 quando il re padre era già stato ghigliottinato tre anni prima mentre il figlioletto sarebbe morto di stenti proprio nel ‘95. Come avrebbe fatto, dunque, a servirsene per studiare? Storia appassionata ed intrigante dove taluni interpretano questa grammatica latina quasi come un messaggio cifrato da far circolare tra i monarchici che intendevano l’erede al trono ancora vivo e rifugiato in gran segreto a Roma. Tante, troppe, infatti, sono le frasi sibilline a doppio senso che vi si trovano tradotte e che per i “realisti” non lasciano adito a dubbi. Del tipo: «Mentre Luigi era re i faziosi l’immolarono», «Gli uomini ammireranno la sua fermezza», «Non temeva per nulla le minacce», «Morirò piuttosto che obbedire ai ribelli», «Egli non era colpevole di nessun crimine» e così via, con decine di espressioni allusive ad un vero e proprio cifrario segreto.

Anche mio nonno che abitava a Trieste ed era un grande appassionato di storia napoleonica volle cimentarsi in questo rebus con una sua ricerca pubblicata nel 1929, ma neanche lui approdò a risultati men che risolutivi. Resta la versione ufficiale di quel periodo che ci dice che il piccolo re, dopo la decapitazione dei genitori, fu affidato ad un mugnaio rivoluzionario che voleva farne un servo di bottega ma, vessato e malnutrito, sarebbe morto in condizioni pietose di infezione scrofolosa e di tubercolosi l’8 giugno del 1795 all’età di soli dieci anni. Al momento dell’autopsia il medico legale, per lucrare qualche soldo, ne conservò il cuore di cui oggi, dopo svariate ricerche, è stata verificata l’autenticità attraverso la prova del DNA e dal 2004 riposa nella basilica di Saint Denis, accanto alle tombe dei reali di Francia.

Per la cronaca, sconfitto Napoleone a Waterloo nel 1814 il periodo che ne seguì fu chiamato della «Restaurazione». Sul trono di Francia salì di nuovo un Borbone, fratello del re decapitato Luigi XVI che assunse il titolo di Luigi XVIII, riconoscendo implicitamente in tal modo la corona spettante al povero nipote che si sarebbe chiamato Luigi XVII.

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