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L’innocente

Era il 3 maggio del 1992 ed aveva cominciato a fare caldo ed a Ponte San Nicolò c’era il mitico Sindaco Mariano Schiavon. Io, invece ero uno dei suoi consiglieri comunali ed insegnavo economia alla Ragioneria del Barbarigo, il celebre Istituto Vescovile.

Il lunedì 4 maggio, al mattino presto, i colleghi mi danno una tristissima notizia: la figlia di un nostro collega carissimo ed onestissimo era stata gravemente ferita ed era viva per miracolo, mentre il fidanzato era stato ucciso, non si sa se in un agguato o in un attentato, non si capiva bene, alla Guizza sotto la casa del collega.

Un altro aggiunge, mi sembra, che il ragazzo ucciso abitasse dalle mie parti, ossia a Roncaglia o San Leopoldo. Mi precipito allora all’edicola e compro tutti i quotidiani locali, i quali danno la notizia dell’uccisione di Matteo Toffanin, questo il nome del ragazzo di 23 anni, ma avanzando però anche molti dubbi sulle attività del ragazzo, sul feroce quanto misterioso regolamento di conti fatto per strada alla Guizza con modalità, che noi non avevamo mai visto prima. «La Repubblica» indicava il nome della ragazza colpita in Cristina Caradella storpiando il cognome non si sa quanto involontariamente o meno.

All’intervallo tra le lezioni chiamo subito il Sindaco, il quale mi riferisce di essere molto amareggiato per l’accaduto e di essere già stato contattato dai giornalisti fin dalla domenica sera, i quali volevano subito notizie su Matteo Toffanin, sulla sua famiglia, che abitava all’epoca in via Monte Sabotino. I giornalisti però avevano anche contattato il parroco della nuova parrocchia di san Leopoldo, il quale però sosteneva, sin da subito, che Matteo era una persona per bene. Il Sindaco mi aggiunge che tutti quelli che conoscevano il ragazzo, riferiscono che si trattava non di un bravo, ma di un ottimo ragazzo, un perito informatico da poco diplomato al Marconi e tragica vicenda risultava inspiegabile per lui e per tutti.

La Squadra Mobile con in prima fila il suo capo avviano indagini immediate, prima a casa di Matteo Toffanin a Ponte Sa Nicolò, ove abitava con il papà, la mamma ed un fratellino più piccolo. Passano al setaccio la casa ed ovviamente non trovano nulla. Matteo era un ragazzo con la passione del computer, che stava facendo un corso intensivo a Cardano al Campo in provincia di Varese e non vedeva l’ora di finire, per sposarsi con la fidanzata Cristina ed avviare una sua attività nell’allora molto promettente mondo dell’informatica. Gli investigatori padovani partono allora subito alla volta della ditta di Varese dove Matteo si recava il lunedì e tornava al venerdì sera per seguire il corso. Anche qui però non trovano nulla. Nel frattempo esaminano il condominio nei pressi del quale è avvenuto l’omicidio del ragazzo ed il tentato omicidio della ragazza, ed ad un certo punto uno della Squadra Mobile ha un’intuizione: nel condominio vicino abita un pregiudicato, che aveva fatto rapine e che era anche implicato in loschi giri criminali con lo spaccio di stupefacenti . Si mettono allora a cercarlo, ma non lo si trovano: era sparito, non per caso, proprio domenica sera. Ecco allora la probabile motivazione del feroce omicidio: volevano uccidere un boss della malavita ed invece hanno ucciso un bravo ragazzo, che riportava a casa la fidanzata. Le prime frammentarie notizie hanno anche infangato la memoria di un innocente. Continuando a scavare si scopre che il vero obiettivo dell’agguato aveva una Mercedes 190 bianca del tutto simile a quella, che aveva preso a prestito quel giorno dallo zio di Albignasego il povero Matteo, per andare a fare un giro a Jesolo con la fidanzata. Quel giorno l’auto di Matteo era rotta ed allora lo zio gli prestò la sua molto più comoda, ma quell’auto gli fu fatale. Matteo era andato al mare a Jesolo con la fidanzata, poi erano andati a mangiare una pizza e quindi stava riaccompagnando a casa la ragazza. Non fa in tempo a parcheggiare l’auto sotto casa quando spuntano dal lato guida due killer, uno con un fucile a pompa ed uno con la pistola. I vicini sentono netti otto dieci colpi secchi ed accorrono terrorizzati. Una pallottola colpisce alla nuca e Matteo muore all’istante.

L’auto usata quel giorno da Matteo era effettivamente molto simile a quella del pluripregiudicato, continuando ad indagare tra gli inquilini dello stabile di via Tassoni alla Guizza si scopre, che i killer erano due probabilmente tre. Due hanno sparato con armi micidiali, dopo essere scesi da un’auto parcheggiata in strada diverse ore prima, fuggendo poi a bordo della Fiat Tipo targata Venezia, guidata da un complice.

La Squadra Mobile appena la ragazza si rimette dallo choc ed esce dalla sala operatoria la interroga approfonditamente; lei riferisce quello che hanno detto tutti, anche se lei non sa quello che dicono gli altri, ossia che Matteo è una persona per bene, non sapeva riferire le varie fasi dell’omicidio, perchè lei era stata sorpresa a bordo dell’auto e non aveva avuto nemmeno il tempo per rendersi conto di quello che stava succedendo attorno. Era viva per miracolo; fortunatamente della scarica di colpi sparati dal lato del guidatore, solo uno l’aveva colpita al ginocchio e poi lei era scivolata dal sedile verso avanti. Venne subito soccorsa e trasportata in ambulanza all’ospedale, ove le sue condizioni apparvero subito gravi per il colpo ricevuto alla gamba, ma non tali da costituire un pericolo per la sopravvivenza.

Alla fine tutte le indagini hanno confermato, che l’ipotesi più probabile del delitto sia lo scambio di persona. I killer arrivavano da fuori avevano indicazioni precise solo sul luogo, sulla macchina della vittima, ma non conoscevano bene l’obiettivo ed hanno sparato ad un innocente con una ferocia, che aveva fatto pensare addirittura ad un attentato o ad una spietato regolamento di conti.

Il giorno 5 maggio però i giornali avevano già cambiato tono e la verità cominciava faticosamente a venire a galla. «La Repubblica» scriveva ” Volevano uccidere un boss della droga muore un innocente”. Manca un invece ma il senso lo si capisce lo stesso. Albino Salmaso allora cronista di punta del «Mattino di Padova» scriveva sul «Corriere della Sera» un pezzo che si intitolava” L’ammazzato era un ragazzo insospettabile, colpita anche la fidanzata. Padova, lupara e mistero. Ucciso un giovane, forse è stato uno scambio di persona“.

Nei giorni successivi la stampa renderà onore alla figura di Matteo Toffanin e a Cristina Marcadella dicendo, che le due vittime con la criminalità organizzata o meno non avevano nulla a che fare e sono stati colpiti come poteva essere colpito chiunque.

Parlo allora con il papà della ragazza, col Sindaco Schiavon, con gli altri consiglieri comunali e decidiamo di risarcire, come potevamo, la memoria di questo ragazzo vittima della criminalità omicida e vittima anche del pregiudizio. Proponiamo di intitolare una nuova via appena costruita vicino al nuovo campo sportivo di San Leopoldo, proprio a Matteo Toffanin, vittima innocente della criminalità.

Ci sono difficoltà burocratiche per intitolare una via ad una persona appena deceduta, devono infatti essere trascorsi almeno dieci anni dalla morte. Decidiamo di procedere lo stesso e di non attendere i dieci anni. Il Consiglio delibera all’unanimità e con adeguata motivazione viene inviata all’allora organo di controllo e alla Prefettura. Nessuno si oppone ed anzi l’anno dopo si cambia la norma introducendo la possibilità di motivate deroghe. La delibera nella sostanza ha precorso i tempi.

Le indagini poi si indirizzano sul pregiudicato, che abitava alla Guizza nei pressi della casa della ragazza ove è avvenuto l’omicidio, ma questo non parla. Le indagini proseguono per un anno e alla fine il caso viene chiuso senza un responsabile. Il delitto è opera di ignoti. Negli anni successi nessuno parla, omertà assoluta, non emergono fatti nuovi o testimonianze, che possano far riprendere le indagini. L’episodio è riportato anche in libri sulla criminalità e sulla mafia nel Veneto e quando passate dal quartiere San Leopoldo ricordate che Matteo Toffanin è una brava persona e che anche recentemente la criminalità e la mafia ammazzano sempre due volte prima l’innocente e poi la verità.