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Nino Beo da Carpaneo

Antonino Camporese nasce a Carpaneo anzi propriamente nella zona dea fontana sguaratona, dove l’acqua puzzava di zolfo, ma per chi è nato in campagna puzzava da ovimarsi, nel febbraio 1944. Uno dei peggiori anni della nostra storia! Era il settimo figlio di una coppia di genitori, che avevano un piccolo pezzetto di terra in affitto e che anche in condizioni normali non sarebbe stato sufficiente a sfamare tutti. Sfortunatamente il figlio maggiore era militare sul fronte greco albanese e poi di lui non siseppe nulla perché dopo l’8 settembre del 1943 prima allo sfasciarsi dell’esercito regio e dell’inizio del regime mussoliniano repubblichino era stato catturato dai tedesco e deportato in Germania. Due sorelle più vecchie di lui anche se avevano 12 e 14 anni andavano a servire a casa dai siori ed imparare un mestiere in due case signorili di Padova. Dei tre fratelli maschi nati prima di lui, due andavano a scuola ed uno di appena 14 anni andava a lavorare facendo il meccanico di automobili. Il padre Momi lavorava la terra, ma ai primi del ‘44 era stato arruolato a forza in una formazione paramilitare tedesca. che faceva lavori di sistemazione delle caserme e della motorizzazione tedesca.Prendeva una paga misera, che mandava tutta a casa. L’ultimo nato Antonino,subito ribattezzato Nino, era un bimbo rachitico con la pelle tutta scura e piena di grinze, abbastanza alto con piedi enormi e due orecchie altrettanto enormi. La mamma aveva avuto problemi nel parto di quest’ultimo nato, e con la levatrice, che l’aveva assistita a casa dicevano che il bimbo aveva rischiato di morire già alla nascita per quanto era malnutrito. L’aveva poi visitato il dottore ed aveva sentenziato, che non c’erano da farsi tante illusioni tanto il bimbo se non era morto alla nascita sarebbe morto subito dopo e se non fosse morto subito sarebbe morto nello sviluppo.La mamma raccontava che il bimbo aveva sempre fame, succhiava il latte,ma poi si gonfiava la pancia e piangeva e cresceva poco. Ma la mamma e d una sorella in particolare, si erano affezionate a questo mostriciattolo ed in famiglia lo chiamavano Nino, il diminutivo di Antonino. Questi anni poi erano molto difficili, stava nascendo il mercato nero, perché con le tessere non si mangiava, tutti si arrangiavano come potevano, non c’era da mangiare nemmeno per gli adulti figuriamoci per un bimbo gracile e ammalato. Tuttavia il cuore di mamma non poteva dimenticare il suo piccolo e seguendo un consiglio, poco convinto del medico, gli dava da bere qualche goccia di succo di pomodoro e lo esponeva al sole per rafforzarlo, perché il medico non aveva di meglio da consigliargli. Stentatamente il bimbo sopravvisse ed iniziò anche a crescere, ma era tanto brutto da fare impressione, alto magro con due orecchie sportive giganti, pelle scura, naso enorme e con una gobba al centro, faccia tutta piena di nei, di cisti, di rigonfiamenti di colore vario, occhiaie nere sotto gli occhi come capita ai fantasmi. La voce poi era un disastro o parlava che sembrava dentro una caverna,o usava una vocina da signorina che ti faceva ridere.

Nel‘45 finalmente finì la guerra ed il padre tornò a casa, trovò un lavoro come saldatore in una piccola fabbrica di biciclette al Portello e la famiglia cominciò un po’ a respirare sia sul lat oumano che sul lato economico. Il primogenito tornò dalla Germania provato nel fisico e nell’animo e si mise a fare l’imbianchino.

Nel 1955 il padre Momi e tre figli, in una barchessa, iniziarono asaldare manubri di biciclette per conto di fabbriche padovane emilanesi che al tempo “davano fuori” il lavoro, come si diceva all’epoca e ti pagavano un tanto al pezzo oa cottimo. Più pezzi facevi e più prendevi e così il padre con tre dei suoi figli si mise a saldare notte e giorno nella barchessa per guadagnare qualcosa dopo gli anni bui e tristi della guerra, della prigionia e dell’occupazione tedesca.

Nel 1955 fu mandato a scuola anche il piccolo Nino, ma apparve subito che il bimbo era strano, alcune cose come il disegno le apprendeva facilmente, altre come i calcoli, le somme e le sottrazioni non le imparava affatto, ma le fiabe ed i racconti gli piacevano moltissimo.Poi era sgraziato con una voce che faceva ridere,dinoccolato,sbagliava a leggere e scambiava le lettere, ma era garbato, educato nei modi, signorile, ringraziava cento volte se gli davi una cosa.La maestra aveva una classe numerosa da badare e non poteva occuparsi del piccolo Nino, che poi tanto piccolo non era,perché era tra i più alti della classe e vuoi per stimolarlo o vuoi per punirlo,spesso il nostro Nino finiva sul banco degli asini. Anzi era sempre sul banco degli asini perché non imparava a leggere e scrivere correttamente. Spesso oltre al banco degli asini la maestra gli metteva sulla testa per punizione anche il cappello da asino e con il cappello da asino doveva uscire dalla scuola. Allora si andava a scuola con la merenda nella sacheta più che nella cartella,ma lui non riusciva mai a mangiarla. I suoi compagni più grintosi gliela mangiavano prima e lui nemmeno se ne accorgeva. Già dalla prima e dalla seconda elementare Nino tornava a casa con il cappello da asino in testa, con i compagni che lo“coglionavano” sino a casa. Nacque allora per dileggio il soprannome di Nino Beo da Carpaneo. Era talmente brutto che per contrappasso i compagni cominciarono a chiamarlo Nino Beo ossia Nino il bello. Ed alla fine anche lui finì per convincersi: quando gli dicevano «Cometi chiami?»–rispondeva – «Nino Beo da Carpaneo».«Di dove sei?» –lui subito pronto rispondeva- «da Carpaneo e so el più beo». E da llora sin dalle ultime classi delle elementari tutti lo cominciarono a chiamare Nino Beo da Carpaneo. La mamma si commuoveva e ci stava male per il suo bambino canzonato e trattato duramente, ma non aveva soldi o tempo da dedicargli come avrebbe voluto.

Il padre provò ad intervenire fin da subito con metodi allora ritenuti molto efficaci come sberle, castighi, lo mandava a letto senza cena,ma Nino oltre a piangere non reagiva. Era di una ingenuità e sincerità commovente! Alcuni insegnamenti ricevuti a scuola li aveva imparati benissimo, ma a modo suo. Il Parroco di Carpanedo lo aveva avuto al catechismo ed aveva capito subito, che Nino non era da mettere in una classe con 30 o 35 altri birbantelli, che lo deridevano ed allora lo faceva andare in canonica da solo a ripassare il catechismo, che allora si imparava tutto a memoria. E Nino alla scuola del Parroco pur non imparando a memoria manifestava, lo stesso una discreta intelligenza creativa, anche se era di una ingenuità commovente.

Ben presto grazie al durissimo lavoro del padre e dei tre fratelli la famiglia potè disporre di qualche soldo e poi lì vicino in zona,piccole industrie comprarono un terreno lungo la strada per Rovigo e cominciarono a costruirvi un capannone perché nella barchessa posta vicino a casa non ci stavano più. Il lavoro di saldatura infatti andava bene la richiesta era molta ed ormai parlavano di comprare anche macchine operatrici serie che richiedevano degli spazi adeguati.

E così solo la mamma finì per occuparsi del Nostro Nino, perché padre e fratelli erano assorbiti nel lavoro prima dell’officina e poi della fabbrica. Al termine della stentatissima scuola elementare il padre provò anche ad inserire Nino nella fabbrichetta, ma con risultati deprimenti. Non era capace di concentrarsi, il saldatore non faceva per lui, la segreteria non faceva per lui, non era capace di fare il facchino, era lento, gli ordinavi una cosa e ne faceva una diversa. Bisognava fare manubri tutti eguali e nel più breve tempo possibile e lui ne faceva uno solo al giorno e diverso da tutti. Un disastro tanto che suo padre dopo vari tentativi sentenziò: «L’è un bon da gnente» e non lo volle più in fabbrica. Gli disse di stare a casa, che faceva prima e meglio il suo lavoro. Quando i conoscenti si complimentavano con il padre perla bravura dei figli compreso Nino beo lui rispondeva: «Lo So che anche Nino è bravo ma basta che no l‘intriga».

La sorella che lo aveva in simpatia si sposò ed andò ad abitare a Conselve e del povero Nino Beo se ne occupò solo la mamma.

Finita la scuola per Nino fu impossibile trovare un lavoro ed allora già dai venti, ventuno anni Nino beo da Carpaneo si prese una robusta bicicletta e cominciò a girare per i nostri paesi. Sempre uguale,pantaloni di fustagno logori, coppola in testa e giacca a toppe.

Con calma un po’ alla volta lui modificò la sua bicicletta applicando sul bastone della bicicletta una mola azionata dai pedali per affilare le forbici ed i coltelli e con un barattolo dei biscotti con un forellino fece un serbatoio per acqua e olio per tenere umida la mola. Si mise a girare per i paesi e sostare negli angoli delle piazze e la gente gli portava da affilare i coltelli, le forbici ecc.e nel frattempo lui intratteneva anche i bambini raccontando loro storie fantastiche ed improbabili, ingenue piene di ripetizioni e di errori, che facevano tenerezza e talvolta anche ridere. In poco tempo però divenne un personaggio. Da una parte la bicicletta attrezzata ed all’altra una tela dove aveva i suoi giochi, burattini di stoffa e carta, una scatola dove metteva l’acqua ed il sapone per fare le bolle di sapone. In poco tempo il suo nome così buffo, la sua bruttezza, ma anche la simpatia che emanava e l’assoluta incapacità di gestirsi il tempo ed il lavoro divenne la cifra della sua impresa. Arrivava in piazza scendeva dalla bicicletta e diceva «ecco qua xè riva Nino beo da Carpaneo». Subito arrivavano i ragazzini che lo conoscevano e gli dicevano:«Cosa hai nella bicicletta oggi?» E lui tirava fuori un burattino, le bolle di sapone, carta vecchia di giornale per fare barchette di carta, cappelli e le cose più strane.Talvolta arrivava una signora che portava le forbici ad affilare i coltelli. Allora sospendeva lo spettacolo con i bambini e saliva sulla sua bicicletta piena di borse, bottiglie e cianfrusaglie.Metteva la bici in cavalletto e cominciava ad affilare le forbici o le lame che gli avevano portato. Intanto fischiettava, cantava,ripeteva cantilene che sapeva solo lui. Finito, si riprendeva lo spettacolo. Non era capace di chiedere un prezzo per il suo lavoro e qualcuno gli dava qualche soldo e qualcuno non gli dava nulla.

Fece questa vita per oltre vent’anni ed era felice di incontrare i bambini in ogni angolo di strada o di piazza dove si fermava. Morto il papà rimase solo con la mamma, che lo curava come poteva. I fratelli nel frattempo avevano costruito capannoni e fatto un’impresa meccanica, che per molti anni è anche andata bene ed hanno guadagnato un sacco di soldi costruendosi una villetta per ciascuno.Con la crisi della lira però del 1990-1992 si trovarono super indebitati in dollari e l’azienda fallì miseramente e fu chiusa! Uno di loro perse anche la casa, perché avevano firmato delle fidejussioni alle banche e rimasto senza casa pensò bene di andare ad abitare da suo fratello nella casa, che era stata della famiglia. Nino Beo non sapeva e non poteva opporsi… ed allora il fratello imprenditore prima fortunato, ma poi sfortunato si trasferì nella casa del fratello e nel giro di pochi anni lo fece interdire,perché non conosceva il valore del denaro e per Nino Beo si aprirono le porte di un istituto. Lui che era uno spirito libero e senza tempo e senza impegni finì i suoi giorni accudito come un invalido… ma lui invalido non era… era un artista.

Antonino Camporese nasce a Carpaneo anzi propriamente nella zona dea fontana sguaratona, dove l’acqua puzzava di zolfo, ma per chi è nato in campagna puzzava da ovi marsi, nel febbraio 1944. Uno dei peggiori anni della nostra storia! Era il settimo figlio di una coppia di genitori, che avevano un piccolo pezzetto di terra in affitto e che anche in condizioni normali non sarebbe stato sufficiente a sfamare tutti. Sfortunatamente il figlio maggiore era militare sul fronte greco albanese e poi di lui non si seppe nulla perché dopo l’8 settembre del 1943 prima allo sfasciarsi dell’esercito regio e dell’inizio del regime mussoliniano repubblichino era stato catturato dai tedesco e deportato in Germania. Due sorelle più vecchie di lui anche se avevano 12 e 14 anni andavano a servire a casa dai siori ed imparare un mestiere in due case signorili di Padova. Dei tre fratelli maschi nati prima di lui, due andavano a scuola ed uno di appena 14 anni andava a lavorare facendo il meccanico di automobili. Il padre Momi lavorava la terra, ma ai primi del ‘44 era stato arruolato a forza in una formazione paramilitare tedesca. che faceva lavori di sistemazione delle caserme e della motorizzazione tedesca. Prendeva una paga misera, che mandava tutta a casa. L’ultimo nato Antonino,subito ribattezzato Nino, era un bimbo rachitico con la pelle tutta scura e piena di grinze, abbastanza alto con piedi enormi e due orecchie altrettanto enormi. La mamma aveva avuto problemi nel parto di quest’ultimo nato, e con la levatrice, che l’aveva assistita a casa dicevano che il bimbo aveva rischiato di morire già alla nascita per quanto era malnutrito. L’aveva poi visitato il dottore ed aveva sentenziato, che non c’erano da farsi tante illusioni tanto il bimbo se non era morto alla nascita sarebbe morto subito dopo e se non fosse morto subito sarebbe morto nello sviluppo. La mamma raccontava che il bimbo aveva sempre fame, succhiava il latte,ma poi si gonfiava la pancia e piangeva e cresceva poco. Ma la mamma e d una sorella in particolare, si erano affezionate a questo mostriciattolo ed in famiglia lo chiamavano Nino, il diminutivo di Antonino. Questi anni poi erano molto difficili, stava nascendo il mercato nero, perché con le tessere non si mangiava, tutti si arrangiavano come potevano, non c’era da mangiare nemmeno per gli adulti figuriamoci per un bimbo gracile e ammalato. Tuttavia il cuore di mamma non poteva dimenticare il suo piccolo e seguendo un consiglio, poco convinto del medico, gli dava da bere qualche goccia di succo di pomodoro e lo esponeva al sole per rafforzarlo, perché il medico non aveva di meglio da consigliargli. Stentatamente il bimbo sopravvisse ed iniziò anche a crescere, ma era tanto brutto da fare impressione, alto magro con due orecchie sportive giganti, pelle scura, naso enorme e con una gobba al centro, faccia tutta piena di nei, di cisti, di rigonfiamenti di colore vario, occhiaie nere sotto gli occhi come capita ai fantasmi. La voce poi era un disastro o parlava che sembrava dentro una caverna,o usava una vocina da signorina che ti faceva ridere.

Nel ‘45 finalmente finì la guerra ed il padre tornò a casa, trovò un lavoro come saldatore in una piccola fabbrica di biciclette al Portello e la famiglia cominciò un po’ a respirare sia sul lato umano che sul lato economico. Il primogenito tornò dalla Germania provato nel fisico e nell’animo e si mise a fare l’imbianchino.

Nel 1955 il padre Momi e tre figli, in una barchessa, iniziarono a saldare manubri di biciclette per conto di fabbriche padovane e milanesi che al tempo “davano fuori” il lavoro, come si diceva all’epoca e ti pagavano un tanto al pezzo o a cottimo. Più pezzi facevi e più prendevi e così il padre con tre dei suoi figli si mise a saldare notte e giorno nella barchessa per guadagnare qualcosa dopo gli anni bui e tristi della guerra, della prigionia e dell’occupazione tedesca.

Nel1955 fu mandato a scuola anche il piccolo Nino, ma apparve subito che il bimbo era strano, alcune cose come il disegno le apprendeva facilmente, altre come i calcoli, le somme e le sottrazioni non le imparava affatto, ma le fiabe ed i racconti gli piacevano moltissimo.Poi era sgraziato con una voce che faceva ridere, dinoccolato,sbagliava a leggere e scambiava le lettere, ma era garbato, educato nei modi, signorile, ringraziava cento volte se gli davi una cosa.La maestra aveva una classe numerosa da badare e non poteva occuparsi del piccolo Nino, che poi tanto piccolo non era, perché era tra i più alti della classe e vuoi per stimolarlo o vuoi per punirlo,spesso il nostro Nino finiva sul banco degli asini. Anzi era sempre sul banco degli asini perché non imparava a leggere e scrivere correttamente. Spesso oltre al banco degli asini la maestra gli metteva sulla testa per punizione anche il cappello da asino e con il cappello da asino doveva uscire dalla scuola. Allora si andava a scuola con la merenda nella sacheta più che nella cartella,ma lui non riusciva mai a mangiarla. I suoi compagni più grintosi gliela mangiavano prima e lui nemmeno se ne accorgeva. Già dalla prima e dalla seconda elementare Nino tornava a casa con il cappello da asino in testa, con i compagni che lo “coglionavano”sino a casa. Nacque allora per dileggio il soprannome di Nino Beo da Carpaneo. Era talmente brutto che per contrappasso i compagni cominciarono a chiamarlo Nino Beo ossia Nino il bello. Ed alla fine anche lui finì per convincersi: quando gli dicevano «Come ti chiami?»– rispondeva – «Nino Beo da Carpaneo».«Di dove sei?» – lui subito pronto rispondeva- «da carpaneo e so el più beo».Ed allora sin dalle ultime classi delle elementari tutti lo cominciarono a chiamare Nino Beo da Carpaneo. La mamma si commuoveva e ci stava male per il suo bambino canzonato e trattato duramente, ma non aveva soldi o tempo da dedicargli come avrebbe voluto.

Il padre provò ad intervenire fin da subito con metodi allora ritenuti molto efficaci come sberle, castighi, lo mandava a letto senza cena,ma Nino oltre a piangere non reagiva. Era di una ingenuità e sincerità commovente! Alcuni insegnamenti ricevuti a scuola li aveva imparati benissimo, ma a modo suo. Il Parroco di Carpanedo lo aveva avuto al catechismo ed aveva capito subito, che Nino non era da mettere in una classe con 30 o 35 altri birbantelli, che lo deridevano ed allora lo faceva andare in canonica da solo a ripassare il catechismo, che allora si imparava tutto a memoria. E Nino alla scuola del Parroco pur non imparando a memoria manifestava, lo stesso una discreta intelligenza creativa, anche se era di una ingenuità commovente.

Ben presto grazie al durissimo lavoro del padre e dei tre fratelli la famiglia potè disporre di qualche soldo e poi lì vicino in zona,piccole industrie comprarono un terreno lungo la strada per Rovigo e cominciarono a costruirvi un capannone perché nella barchessa posta vicino a casa non ci stavano più. Il lavoro di saldatura infatti andava bene la richiesta era molta ed ormai parlavano di comprare anche macchine operatrici serie che richiedevano degli spazi adeguati.

E così solo la mamma finì per occuparsi del Nostro Nino, perché padre e fratelli erano assorbiti nel lavoro prima dell’officina e poi della fabbrica. Al termine della stentatissima scuola elementare il padre provò anche ad inserire Nino nella fabbrichetta, ma con risultati deprimenti. Non era capace di concentrarsi, il saldatore non faceva per lui, la segreteria non faceva per lui, non era capace di fare il facchino, era lento, gli ordinavi una cosa e ne faceva una diversa. Bisognava fare manubri tutti eguali e nel più breve tempo possibile e lui ne faceva uno solo al giorno e diverso da tutti. Undisastro tanto che suo padre dopo vari tentativi sentenziò: «L’è un bon da gnente»e non lo volle più in fabbrica. Gli disse di stare a casa, che faceva prima e meglio il suo lavoro. Quando i conoscenti si complimentavano con il padre perla bravura dei figli compreso Nino beo lui rispondeva: «Lo So che anche Nino è bravo ma basta che no l‘intriga».

La sorella che lo aveva in simpatia si sposò ed andò ad abitare a Conselve e del povero Nino Beo se ne occupò solo la mamma.

Finitala scuola per Nino fu impossibile trovare un lavoro ed allora già dai venti, ventuno anni Nino beo da Carpaneo si prese una robusta bicicletta e cominciò a girare per i nostri paesi. Sempre uguale,pantaloni di fustagno logori, coppola in testa e giaccha a toppe.

Con calma un po’ alla volta lui modificò la sua bicicletta applicando sul bastone della bicicletta una mola azionata dai pedali per affilare le forbici ed i coltelli e con un barattolo dei biscotti con un forellino fece un serbatoio per acqua e olio per tenere umida la mola. Si mise a girare per i paesi e sostare negli angoli delle piazze e la gente gli portava da affilare i coltelli, le forbici ecc.e nel frattempo lui intratteneva anche i bambini raccontando loro storie fantastiche ed improbabili, ingenue piene di ripetizioni e di errori, che facevano tenerezza e talvolta anche ridere. In poco tempo però divenne un personaggio. Da una parte la bicicletta attrezzata ed all’altra una tela dove aveva i suoi giochi, burattini di stoffa e carta, una scatola dove metteva l’acqua ed il sapone per fare le bolle di sapone. In poco tempo il suo nome così buffo, la sua bruttezza, ma anche la simpatia che emanava e l’assoluta incapacità di gestirsi il tempo ed il lavoro divenne la cifra della sua impresa.Arrivava in piazza scendeva dalla bicicletta e diceva «ecco qua xè riva Nino beo da Carpaneo».Subito arrivavano i ragazzini che lo conoscevano e gli dicevano:«Cosa hai nella bicicletta oggi?» E lui tirava fuori un burattino, le bolle di sapone, carta vecchia di giornale per fare barchette di carta, cappelli e le cose più strane. Talvolta arrivava una signora che portava le forbici ad affilare i coltelli. Allora sospendeva lo spettacolo con i bambini e saliva sulla sua bicicletta piena di borse, bottiglie e cianfrusaglie. Metteva la bici in cavalletto e cominciava ad affilare le forbici o le lame che gli avevano portato. Intanto fischiettava, cantava, ripeteva cantilene che sapeva solo lui. Finito, si riprendeva lo spettacolo. Non era capace di chiedere un prezzo per il suo lavoro e qualcuno gli dava qualche soldo e qualcuno non gli dava nulla.

Fece questa vita per oltre vent’anni ed era felice di incontrare i bambini in ogni angolo di strada o di piazza dove si fermava. Morto il papà rimase solo con la mamma, che lo curava come poteva. I fratelli nel frattempo avevano costruito capannoni e fatto un’impresa meccanica, che per molti anni è anche andata bene ed hanno guadagnato un sacco di soldi costruendosi una villetta per ciascuno. Con la crisi della lira però del 1990-1992 si trovarono superindebitati in dollari e l’azienda fallì miseramente e fu chiusa! Uno di loro perse anche la casa, perché avevano firmato delle fidejussioni alle banche e rimasto senza casa pensò bene di andare ad abitare da suo fratello nella casa, che era stata della famiglia. Nino Beo non sapeva e non poteva opporsi… ed allora il fratello imprenditore prima fortunato, ma poi sfortunato si trasferì nella casa del fratello e nel giro di pochi anni lo fece interdire, perché non conosceva il valore del denaro e per Nino Beo si aprirono le porte di un istituto. Lui che era uno spirito libero e senza tempo e senza impegni finì i suoi giorni accudito come un invalido… ma luiinvalido non era… era un artista.

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