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Omeni e sòrxi

Chi no ga el gato mantien i sorxi; chi ga el gato mantiene el gato e anca i sorxi.

Essendo nato in campagna ho partecipato, fin da piccolo, alla viscerale ed antichissima guerra tra gli uomini e i sorxi. Una vera guerra disgustosa, come tutte le guerre, senza fine, fatta di astuzie, battaglie piccole e grandi, assalti improvvisi, sconfitte, invenzioni, miserie da ambo le parti e senza mai arrivare alla vittoria decisiva. I due contendenti in campo erano, ma forse lo sono ancora, da una parte nel Veneto i omeni e fora gli uomini e dall’altra in Veneto i sorxi e fuori i topi ed i ratti. Ognuno ha anche i suoi alleati ed i suoi nemici in questa primordiale guerra come si addice appunto ad ogni guerra.

Mio padre, mugnaio, mi insegnò fin da bocia che se volevamo conservare il grano pulito ed il granoturco intatto per la macinazione e per venderlo o per mangiarcelo ci si doveva difendere inevitabilmente dai sorxi. Un nemico apparentemente piccolo ma invadente, furbo, pericoloso perché rosicchiava i sacchi di farina, del grano ed andava a nidificare dentro al sacco, distruggeva le derrate alimentari e portava anche malattie. Così una volta bucati i sacchi, il grano cadeva a terra, veniva saccheggiato e nello stesso tempo non poteva più essere macinato. In breve il topo faceva danni notevoli alle derrate, lui prosperava e tu andavi in malora. Ma el sorxe rosicchiava anche i fili elettrici, causava incendi, cortocircuiti, si infilava dentro i motori delle auto e danneggiava gli impianti, te lo trovavi anche in casa dentro all’armadio. El sorxe non vuole assolutamente staccarsi dai omeni e gli omeni non ne vogliono sapere dei sorxi.

Allora bisogna difendersi studiando bene il nemico. Si fa presto a dire sorxi, in realtà il mondo dei roditori è molto diversificato. Nei magazzini e nei granai si incontrava, ma non sempre, la moreja o morejeta che dir si voglia. Un topolino piccolo, molto prolifico perché ea sorxa partorisce ogni 20 giorni ma anche molto veloce nella corsa che si arrampica velocemente su tutto, sui muri, sulle travi, sale in verticale anche su uno spago ed è micidiale perché sebbene piccolo nidifica su piccoli buchi delle case e dei granai ed addirittura rosega il muro nell’attacco con il pavimento per creare delle tane. Si muove in genere di notte e fa danni notevoli alle derrate alimentari perché attacca tutto quello che mangiano gli uomini. Si adatta a tutto. La morejeta buca i sacchi di tela, di juta, di carta ed anche di plastica che contengano grano, cereali, farine, latte in polvere, formaggio, mangime per gli animali, salami, formaggi, rifiuti, zucchero, ecc. Gli uomini che non vogliono farsi rubare il cibo la combattono in ogni modo con trappole, col veleno, con l’inganno, coi gatti di una volta randagi ed affamati, con l’uso di contenitori di ferro inattaccabili anche dai micidiali dentini dei sorxi e persino col gas asfissiante. Il progresso come in ogni guerra sforna sempre armi nuove per la finta potenza degli uomini come le nuove armi elettroniche, ma l’arma risolutiva non arriva mai. La morejeta ti aspetta sempre al varco e te fa fesso.

Ricordo come fosse ieri che uno dei metodi usati da mio padre per combattere maregoette, morejette e sorxeti e sino ai sorzi più belli grossi e più invadenti era quello di movimentare spesso i sacchi, pulire i pavimenti e non lasciare mai ferme le merci in deposito perché il silenzio ed i lunghi depositi favorivano l’attacco della sorxaria. Allora si compartimentavano i magazzini in modo che i sorxi non potessero scappare da una zona all’altra. Si trasportavano allora i sacchi di farina o di grano in altre stanze e poi ci si preparava alla grande battaglia dell’ultimo sacco. I sacchi in genere venivano poggiati non sul pavimento ma per ragioni di umidità su delle assi in legno che si chiamavano el toeà che sollevavano da terra le derrate alimentari di alcuni centimetri per permettere la buona conservazione delle granaglie con il passaggio dell’aria. Ma costitiivano per i sorxi dei meravigliosi luoghi di transito fatti apposta per loro. Allora in tanti chi con le scope dal lato piatto, chi con la pala o altri attrezzi ci si appostava sui vari lati della stanza. Anche il gatto partecipava alla lotta scegliendosi il suo angolo e affilando le unghie. Quando mio padre alzava l’ultimo sacco e l’ultimo toeà partiva la caccia all’impazzata suonando con le scope la carica. I sorxi scappavano in tutte le direzioni ma con una loro logica, emettevano anche suoni di coordinamento tra loro. Le ragazze e mia madre che sorvegliava si mettevano ad urlare, i facchini con e scoe de vesta in mano e le pale tiravano dei colpi micidiali ai topi tanto da scassarle. Qualche colpo andava a segno ma la gran parte erano a vuoto perché i sorxi erano troppo furbi e veloci e moltissimi sorxeti ma anche bei sorxoni più grossi riuscivano a scappare correndo a zig zag. Scoppiava una battaglia durissima senza esclusione di colpi, anche il gatto faceva del suo meglio e sceglieva le sue prede e saltava all’impazzata, qualche topo addirittura si arrampicava sulle gambe dei omeni. Dopo lo scontro non rimaneva che un disastrato campo di battaglia, molti topi erano stati catturati o colpiti ma certamente molti altri erano riusciti a sfuggire e allora nessuno poteva cantare vittoria perché la guerra continuava.

Mio padre sconsolato allora ringraziava tutti i combattenti e sconsolato li incoraggia dicendo loro: «ravi ragassi ea prossima volta andarà mejio» che non era proprio l’ammissione di una sconfitta ma quasi.

E verso el gato gli diceva rimproverandolo: «Chi no ga el gato mantien i sorxi; mi che go i gati mantegno i gati e anca i sorxi».

Dopo aver “bonificato”, per modo di dire, il magazzino si rimetteva el toeà , si rimettevano i sacchi , si mettevano anche trappole, bocconcini appositi con il veleno che spesso non serviva a nulla perché il topo capisce presto che si tratta di veleno e non lo mangia più. Narrava mio padre che addirittura il topo riconosceva nei bocconi avvelenati l’odore dell’uomo e li evitava. Per ingannarli mio padre una volta insaccò il granoturco e concime chimico con gli stessi sacchi di plastica e li mise uno sopra l’altro in modo casuale. Ebbene i topi rosicchiarono solo i sacchi contenenti il granoturco e lasciarono intatti quelli del concime. Sono furbi e diffidenti, non li inganni tanto facilmente.

Anche il progresso tecnico non serviva e non serve. Gli uomini inventarono una colla da applicare ad una tavola o ad una piastrella e quando il topo metteva una zampa sulla colla vi rimaneva incollato. Ma ben presto il topo imparò a riconoscere anche questa colla bella lucida e trasparente e cominciò ad evitarla. Allora la fecero di colore marrone ma ugualmente dopo un po’ el sorxe capì il trucco ed evitò anche la colla marrone.

Fuori dalla casa e dai magazzini invece regnavano indisturbati el pontego e le pantegane. El pontego è un bel topo campagnolo, che viveva nei campi ed attaccava i depositi di panoce, le stalle, i fienili e tutto quello che si poteva mangiare in genere. Andava a rubare il cibo alle mucche, al maiale, senza però avvicinarsi troppo perché el porseo era capace anche di difendersi coi denti. Andava allora a rubare il mangime alle galline ed il suo regno era la casa di campagna all’aperto, l’aia, la stalla, l’angolo nascosto. Nidificava nei porteghi e nei posti più impensati e girava molto spesso di notte.

La pantegana invece viveva e vive ancora bella grossa con lunghi baffi neri nei canali, nei corsi d’acqua, vicino alle fogne e talvolta si avvicinava anche alla casa di campagna quando si tratta di mangiare. Ed è di bocca buona mangia di tutto, rifiuti, semi, radici, carcasse dei polli ecc. e dove c’è presenza umana c’è la pantegana.

Nei fossi viveva anche el sorxe acquaroeo a volte anche pericoloso perché se si vedeva in pericolo poteva anche morderti e questo topastro si manteneva in genere un po’ lontano dalle case, ma sempre dove si poteva mangiare qualcosa.

Anche contro questi topi la guerra era però inevitabile anche se le scope e le pale non servivano più. Un nostro vicino li combatteva con il fucile, si appostava nel pollaio, fermo immobile ed ad un certo punto all’arrivo del sorxe sparava con un fuciletto. Noi ragazzini ci spaventavamo da morire perché all’improvviso si sentiva una fucilata che non sapevi da dove fosse partita e poi un’altra, poi una fila di fucilate. Sembrava proprio come nei racconti della guerra fatti da mio padre e dai vecchi che raccontavano le vicende della guerra partigiana.

Altri combattevano questi sorxi con le trappole, ma anche le trappole non sono state armi risolutive. Una fabbrica di trappole metalliche è sopravvissuta a tutte le crisi e le trasformazioni tecnologiche dalla seconda guerra mondiale fino ad oggi, producendo sempre lo stesso tipo di trappola. La furbizia e l’adattabilità del sorxe ai tempi e agli uomini ha fatto la duratura fortuna di questa piccola industria.

Ricordo che a Rio proprio in centro al paese vi era un ponte storto sopra due fossati molto alti che chiamavamo scornio. El scornio aveva una riva cementata ove scaricava i liquami il macello della vicina macelleria. Ebbene su quel terrapieno passavano di corsa le pantegane e i sorxi acquaroi e noi bociasse facevamo il tiro al bersaglio con le pietre. Inutile dire che loro, i sorxi erano sempre molto più veloci di noi.

Sono cambiati i tempi ma la guerra tra i omeni e le tribù dei roditori continua ancora senza tregua. I omeni assomigliano a veterani stanchi di mille battaglie inutili e gli altri sorxi, morejete, moreje, maregoette, ponteghi, pantegane e sorxi acquaroi ecc. sono sempre belli e vispi e pensano di aver vinto loro la viscerale guerra scatenata dagli uomini, sebbene si tratti di una vittoria solo ai punti o al massimo hanno pareggiato in rimonta.

E nel frattempo anche l’amarezza di mio padre è diventata davvero senza ritorno i gati di oggi e forse anche i omeni di oggi si sono arresi senza combattere per loro el sorxe indubbiamente el xe più furbo.

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Una risposta.

  1. adriano smonker ha detto:

    Forte Leone! Davvero un articolo vivace e simpatico, da leggere e far leggere.

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