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I schèi fa ciaro anca de note

Cento modi per dire “denaro”

Ho avuto modo di accompagnare un gruppo di persone al Museo delle monete antiche, il famoso museo “Bottacin” che si trova al secondo piano di Palazzo Zuckermann, già sede delle Poste e Telefoni a Padova. E ogni volta che ci vado è per me una riscoperta di quella che è stata una mirabile donazione, da parte di un privato cittadino, di migliaia di esemplari di monete di tutte le epoche e di tutto il mondo.

Il collezionista si chiama Nicola Bottacin, vicentino di origine, ma arricchitosi a Trieste come agente di commercio nell’import-export e amico personale di Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Con i soldi guadagnati arredò sfarzosamente la sua villa, come era d’uso fra i ricchi borghesi dell’800, riempiendola di quadri preziosi e di statue scolpite in marmo bianco di Carrara, alla maniera del Canova. Oggi, grazie all’amore di questo cittadino illustre per la nostra città, tutto questo mirabile patrimonio di arte e di cultura è alla nostra portata e lo possiamo ammirare qui, a pochi passi dal museo Eremitani.

Nelle sale allestite con cura si propone un viaggio nel tempo, dalla nascita della monetazione nell’Asia Minore, Jonia e Lidia del VI sec. a.C. per passare alla Grecia antica di Atene e alla Roma di Augusto, fino alla riforma unificatrice del “denario” di Carlomagno e al Medioevo, dove ogni città aveva la sua zecca di conio, per concludersi con l’epoca moderna della lira e dell’euro. Ah, la moneta, tanto bramata quanto vituperata! «Nessuno si sazia mai della ricchezza, solo il denaro non dà la nausea» diceva già più di duemila anni fa il celebre commediografo greco Aristofane.

Invenzione diabolica o strumento essenziale per i rapporti tra i popoli e tra le persone? Tutte e due le cose. Non vi è periodo storico dove il denaro non abbia dominato prepotente sulle vicende politiche degli Stati e dove, nell’ambito delle vicende umane, non abbia avuto la sua buona parte di colpe e di meriti. Nel Medio Evo i soldati erano “assoldati” dai Re e dai Principi, pagati profumatamente assieme ai loro “capitani di ventura” ingaggiati a suon di zecchini e scudi d’oro, esattamente come si fa oggi per i fuoriclasse nel mondo del calcio. Per fare solo un esempio, mi ha colpito una volta leggere la cronaca di due “giornalisti” del ‘300, i fratelli Gatari (al cui nome è intitolata una via nel quartiere Forcellini), allorché narrano che nel 1378 giungono in dono al signore di Padova Francesco il Vecchio tre carrette cariche di piastre d’oro e d’argento, inviate dal re Luigi d’Ungheria “per fare buona guerra”, proprio così. E guerra a chi? Ma ai Veneziani, naturalmente, rei di occupare la Dalmazia a danno degli Ungari e di espandersi sulla terraferma a danno dei Carraresi. Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo ed è meglio tornare all’argomento.

Sappi, diceva mia madre, che: «I schèi fan ciaro anca de note» e «I fa ridere vèci e putèi». Ad Arezzo, da buoni toscanacci, sentenziano così: «Cari miei, senza lilleri non si lallera», mentre noi Veneti, per non farci mancare nulla, abbiamo almeno quattro modi per riferirci al denaro: schèi, Franchi, Bessi e Palanche.

La parola Schèi deriva da una moneta spicciola asburgica che circolava nel Lombardo-Veneto e che portava la scrittascheidemunze”, parola che abbiamo letto come era scritta e che abbiamo accorciato nella sua prima parte per semplificare.

Franchi: contrariamente al pensiero che può rimandare ai Francesi, questo vocabolo deriva anch’esso da una abbreviazione, quella del nome di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria, impresso sulle monete così: Franc. Gius. Imp. Ed ecco che Franc. è diventato in Veneto il franco.

Il Bezzo, invece, era una moneta del valore di mezzo soldo che circolava nel ‘700 a Venezia e che troviamo spesso nelle commedie del Goldoni.

Palanca: deriva da blanca, antica moneta spagnola di colore bianco-argento, da cui le palanche.

Ma, lasciatemi dire, quello che più colpisce e commuove tra quelle migliaia di monete che fan bella mostra di sé nelle teche di legno del museo “Bottacin” sono i cosiddetti “ripostigli” o tesoretti, (le musine, come le chiamavamo noi una volta). Somme di denaro frettolosamente nascoste da chi scappava da qualche improvvisa calamità o da una invasione, sperando in un ritorno purtroppo mai avvenuto. Ce ne sono parecchi: uno, ad esempio, è dentro a un vaso di coccio ed è stato scoperto a Padova nel 1953 in via A. Gabelli durante uno scavo per la posa delle fognature e contiene 659 denari repubblicani, corrispondenti a circa diecimila euro di oggi, con i quali si poteva comprare uno schiavo. Un altro, di epoca rinascimentale, è stato scovato a Riva d’Ariano nel Polesine e conteneva una cinquantina di scudi d’oro, coniati in almeno venti città diverse. Nel 1976 a Donada di Rovigo venne rinvenuto casualmente un tesoretto comprendente 15 zecchini veneziani, un doppio d’oro di Genova, due escudos d’oro spagnoli, un luigi d’oro del re Sole. Una bella sommetta no? Insomma, quando ne avete l’occasione, non mancate di fare un salto a Palazzo Zuckermann. Non vi deluderà.

Ripostiglio di via Gabelli (659 denarii repubblicani rinvenuti nel ’53)
Piccolo vocabolario dei sinonimi dei “Denaro
  • Dracma: usata in Grecia. Da cui obolo: 1/6 di dracma. In età romana: spiccioli.
  • Pecunia: da pecus (pecora) in latino. Un gregge costituiva una ricchezza.
  • Denaro: a Roma, equivalente a 10 assi (deni). Con 2 assi si comprava un kg. di pane, con 600 denari uno schiavo. Divertitevi a fare un po’ i conti col prezzo del pane oggi.
  • Quattrini: quattro denari.
  • Lira: da libra, bilancia, che stabilisce un certo peso ad un metallo.
  • Soldo: da Solidum Nummus, moneta d’oro del basso impero romano.
  • Baiocco: forse da baio, il colore del rame scurito, in uso negli Stati Pontifici.
  • Moneta: dalla zecca romana vicina al tempio di Giunone Moneta (l’Ammonitrice).
  • Palanca: da blanca, antica moneta spagnola di colore bianco-argenteo.
  • Zecchino: da zecca, era il ducato d’oro di Venezia.
  • Ducato: da dux, condottiero, antica moneta d’argento veneziana, detta anche il grosso.
  • Fiorino: da Firenze, con impresso il giglio, era d’oro di grammi 3,54.
  • Scudo: perché i primi esemplari portavano lo scudo di ciascun stemma nobiliare, era d’oro.
  • Luigi: dal Re Sole Luigi XIV, dal 1640 coniato in oro.
  • Dollaro: dal tedesco thaler, tallero.
  • Tallero: da thal (valle) località boema dove fu coniato per la prima volta nel 1519

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