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Quella cuccagna disgraziata del ’46

La fine della seconda guerra fu ancora più tragica per i nostri paesi, che non la guerra stessa, con tutti i suoi bombardamenti e lutti. Anche dopo il 25 aprile vi furono combattimenti con le truppe tedesche in ritirata, morti, stragi, vendette, rappresaglie. Non si può non ricordare i fatti avvenuti alle Casone ai confini tra Legnaro, Saonara e Ponte San Nicolò presso villa Bauce. Quarantaquattro morti fucilati a tre per tre sotto il portico della villa tra cui un bambino di 5 anni. Il primo ad essere ucciso fu l’eroico generale dei Carabinieri Giuseppe D’Ezio, che si offrì volontario come ostaggio per liberare tutti i civili rastrellati ed ammassati nella villa. Altri morti negli stessi giorni vi furono a Rio, a Ponte San Nicolò a Codevigo un’altra strage e molti altri lutti nei paesi del Veneto.

Finita in questo modo questa brutta guerra la gente aveva subito voglia di dimenticare in fretta e di ricominciare a vivere. Ripresero allora sagre, feste, balli. A Roncajette si ballava quasi ogni sera su una pista in legno, ove si pagava un biglietto ad ogni entrata in pista come fosse una giostra. Si ballava con la fisarmonica, la piccola orchestrina o anche con il disco, se proprio non vi era la musica dal vivo.

Dopo la guerra riprese anche la sagra di Rio dedicata a San Carlo Borromeo, che si festeggia proprio il 4 novembre. La sagra durava in genere tre giorni. Oggi sarebbe stata una sagra della miseria, ma allora era un evento molto atteso. Si tirava su un telone sulla piazza della chiesa, allora non asfaltata ed anche se faceva freddo si mangiava e si beveva.

Si mettevano tutti i banchetti, soprattutto di dolciumi e bandoni per cucinare le castagne lungo tutta la strada, fino al grande fossato, oggi scomparso, in via Cavour che prima si chiamava via Chiesa e si beveva vin novo soprattutto fatto con uve pataresca, curbinea, marzemina prodotte da diverse famiglie del paese, perchè il frigoearo, anch’esso molto coltivato in paese, arrivava solo verso dicembre avanzato. Con le castagne si beveva il turboin un vino bianco che non aveva ancora finito la fermentazione e quindi era dolce, poco alcolico e appunto torbido e dicono fosse anche un forte lassativo.

Si mangiava tanta polenta bianca con le tripe, con il baccalà, con la renga, con el sardeon, coe masenete, con i ossi e rece del porseo, perchè si cominciava ad avere nelle case anche qualche maiale dopo le privazioni della guerra. Un gran piatto era poenta nova e masenete, ossia il granchio verde della nostra palude bollito e condito con olio, aglio e prezzemolo. E poi si mangiava el duppion bello duro e che bisognava masticarlo a lungo, el poeastro in tecia e ai ferri ecc… Per i bambini e non solo vi era anche il banchetto ove si faceva el tiramoea. I bambini tossivano assaggiando farina di castagne, che si attaccava sempre in gola con la liquirizia e l’arancia.

Alla sagra di Rio si mangiava e si beveva anche molto ma non si ballava perché i parroci non vedevano di buon occhio il ballo fatto a coppie, perché era considerato molto peccaminoso e per niente raccomandabile fatto davanti alle famiglie ai bambini .

La sagra si chiudeva il giorno di San Carlo con la cuccagna e se era andata bene anche con i foghi.

Quel primo anno dopo la guerra erano stati tre giorni molto intensi, moltissimi banchetti lungo la strada, osterie strapiene, messe cantate con la corale, concerto di campane con i batoci ligai, non restava che l’ultima serata con la cuccagna ed i foghi.

Tre ragazzotti sui vent’anni provenienti dalle famiglie più numerose e conosciute del paese preparano allora l’albero della cuccagna, che era alto circa 8 metri. Lo cospargono per bene di grasso, quello che usano i meccanici. Sulla punta applicano una ruota di bicicletta collegata alla sommità del palo con i chiodi e legano poi i premi della cuccagna alla ruota di bicicletta in modo che penzolassero verso il basso con un bel tratto di spago da saeado.

Appendono una gallina spennata, un’anatra muta, un fiasco di vino, due soppresse, un ossocollo, un sacchetto di farina un sacchetto de fasoi e poi portano il palo al centro della piazzetta posta davanti alla chiesa, che allora era anche mal ridotta e stava per essere demolita per far posto alla nuova, scavano un fossa sulla terra, stretta e profonda ove infilare il palo.

Si preparano ad infilare il palo, ma fanno fatica ed allora uno di loro prende un fil di ferro lo lega alla sommità del palo ed aiuta gli altri ad alzare il palo tirando il filo di ferro.

Non si accorgono che il fil di ferro va a toccare due fili della corrente che partono dalla chiesa e finiscono nella vicina scuola elementare che sorge sul lato della piazzetta. Il primo ragazzo riceve una scossa elettrica tremenda anche se allora la corrente era solo a 125 volt, ma non vi erano sicurezze contro le folgorazioni come il salvavita. Il secondo ragazzo corre in soccorso del primo ma sbaglia la manovra ed anziché staccare il filo dalle mani dell’amico con un bastone di legno lo va a toccare con le mani nude e così rimane fulminato anche lui e così farà pure il terzo, che nella concitazione del momento non aveva capito che bisognava soccorrere gli amici in altro modo. Resteranno morti fulminati tutti e tre.

Da allora in poi non si farà più la cuccagna in nessuna sagra di paese a Ponte San Nicolò, ed a Rio non si farà più nemmeno la sagra per quasi quaranta anni.

Venne messo un cippo a ricordo al centro della piazza ove i tre sfortunati giovani avevano scavato la busa per il palo della cuccagna con i loro nomi. Il cippo venne poi spostato accanto alla scuole elementari e di loro si è persa nel tempo anche la memoria. Sono Bettella Natale la cui numerosa famiglia abitava lungo la via che porta a Salboro e che diventerà via Primo Gasparini, perchè in quella via fu ucciso il 29 aprile 1945 il partigiano Primo Gasparini, Varotto Italo della altrettanto numerosa famiglia dei Varotto e Battanolli Arnaldo della famiglia storica dei Battanolli.

Quello che doveva essere una festa si è trasformato improvvisamente in lutto ed in tragedia.

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