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I GIORNI DELLA MERLA – 29-30-31 gennaio

Tratto dal romanzo “Il sale del sudore”, Ortolani Marinanti del Novecento, di G.Franco Tiozzo Netti

Si partiva come al solito con le biciclette pesanti, progettate da un artigiano venuto a Sottomarina dalla campagna del Piovese; le bici erano di struttura massiccia, con un grosso porta bagagli dietro. In quegli anni, parlo della metà degli anni ‘50, avere una bici del genere era come avere un camion ai giorni nostri.

Il giorno era il ventinove gennaio del 1955, tra i cosiddetti “giorni della merla”, ma di freddo non si parlava, anzi era caldissimo per quella stagione. L’erba degli argini era verde ed i fiori gialli dei pissacani facevano capolino, dando un tono variegato al paesaggio. Gli alberi avevano già i germogli gonfi, pronti per sbocciare, preludio di una precoce fioritura…

Gli orti da lavorare quel giorno erano situati nelle Salse, in Valdarìo, e raggiungere quei luoghi era un’impresa di non poco conto: si doveva partire da Sottomarina, arrivare al ponte della Madonna, svoltare a sinistra e inoltrarsi lungo i stròsoli in mezzo agli orti. I sentieri seguivano l’andamento delle proprietà: essendo questi tutti fazzoletti di terra, il percorso risultava molto sinuoso, con curve secche, dove ci voleva una certa abilità per affrontarle…

Era il primo anno che lavoravo la terra, rimpiazzando il posto di mio fratello partito per il servizio militare in Marina; a quel tempo restavano di ruolo due anni e due mesi. Avevo dodici anni meno tre mesi e non ero capace di vangare, o meglio non avevo la forza sufficiente per sprofondare tutta la lama della vanga perciò, mentre gli altri vangavano, io con la forca spargevo il letame…

Nella zona di Valdarìo fino a quel momento venivano coltivati moltissimi carciofi ma veniva coltivato anche il sedano invernale che, proprio in quegli anni, aveva dato delle belle soddisfazioni, spuntando prezzi esorbitanti, arrivando anche a mille lire al chilo. Per quei tempi tale cifra sembrava una esagerazione tanto che alcuni esclamavano:”Vendare el senalo a ‘sti schèi a zé contrabando”.

Da dieci giorni continuava il bel tempo, un bel stare come si diceva in dialetto, sembrava di essere in aprile. Quel giorno era destinato per seminare le erbette e in mattinata avevamo vangato una pèssa dalla parte Nord del piccolo campo; si iniziava sempre da vento perché il paré faceva da riparo a tutto l’orto per i giorni a venire… A mezzogiorno si mangiava il contenuto delle sporte, si scaldavano la polenta ed il companatico, si parlava del più e del meno, dei tempi che non sono mai tutti uguali, e non si aveva mai finito di imparare. Ogni tanto mio padre scrutava il cielo e vedendo gli altri ortolani fare la stessa cosa interrogò quello più vicino:”Alora Bepi, cossa distu de ‘sti stracùli de vedèlo che vien suzo?” riferendosi alle nuvole a pecorelle intraviste all’orizzonte dalla parte del mare. L’interrogato rispose: ”Pe’ mi el tempo cambie, ti vedarà ora de sera”.

Ma per il momento la temperatura mite continuava. Nel cielo si vedevano migliaia di gabbiani che tornavano dal mare facendo ampi giri in direzione dell’interno. Certo loro sentivano l’andamento del tempo molto prima di noi ed il loro istinto li portava a mettersi al riparo in mezzo alle barene, nella gronda lagunare. Eravamo alla metà del lavoro, la brezza si era fatta più gagliarda e le nubi erano diventate una massa più compatta. Cercavamo di andare più velocemente possibile; il vento cominciava a dare dei rèfoli abbastanza consistenti, a volte anche all’incontrario di come eravamo.

Il tempo tiepido di prima si era trasformato in vento freddo, qualche goccia di pioggia cominciava a cadere e, man mano che il tempo passava diventava nevischio. Una neve fine che sembrava farina cadeva di traverso trascinata dal vento e restava com’era, senza sciogliersi; in poco tempo coprì la terra, cambiando il paesaggio primaverile in uno invernale. Tutti eravamo meravigliati di questo cambiamento repentino, sembrava di essere in primavera e invece ci ritrovammo in pieno inverno, e si aspettava cessasse per ripartire verso casa. Tutti dicevano il loro pensiero, Bepi tagliò la testa al toro dicendo: “De ‘sto tempo ghe ne gavarémo pe’ quaranta dì, no’ vedé la buòra, la vien zo da le montagne de Trieste…”. La neve continuava a cadere più forte di prima coprendo tutta la terra: sembrava una immensa distesa di bianca farina, cancellando anche il segno dei sentieri e non si sapeva da che parte passare. Temendo di restare bloccati dentro il capanno si decise di partire tutti assieme mettendo i più esperti davanti e gli altri al seguito dietro, in fila indiana, con la neve che adesso aveva cambiato formato e si attaccava ai vestiti… Io avevo le mani tanto gelate che non riuscivo a unire le dita: pur avendo le manesse provavo a muoverle ma non ce la facevo, sembravano morte, era un miracolo se riuscivo a tenere in piedi la bici. Avevo le guance paralizzate, non le sentivo più, la neve che scendeva sbattuta dal vento mi colpiva il viso con violenza, la faccia era diventata insensibile, le mie giovani gote avevano preso un colore nerastro…

Arrivammo finalmente al ponte della Madonna e da lì era tutta strada asfaltata. Seguimmo le tracce lasciate da un carro e tornammo a casa…La mamma era pronta con i vestiti per cambiarci. Quella sera cenando eravamo con le mani ed il viso di un colore rosso fuoco: era il contrasto tra il freddo patito alcune ore prima ed il caldo della cucina…però avevo ancora le mani rattrappite e facevo una fatica enorme per tenere il cucchiaio in mano. Il giorno dopo mi svegliai accorgendomi di essere pieno di buganse in tutte le estremità del corpo…

I giorni che seguirono furono tutti all’impronta della bora che continuò per una decina di giorni, portando la temperatura di molti gradi sotto lo zero, tanto che negli orti si formò uno spesso strato di ghiaccio che durò per più di quaranta giorni, come aveva predetto Bepi…

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