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I “talebani” del sultano: i Giannizzeri

Ancora oggi, quando voglio sapere come stiano i miei due nipoti Filippo e Paolo, ormai grandi, mi viene scherzosamente da chiedere ai loro genitori: ”E allora, come va con i miei due giannizzeri?”.

E l’espressione, come molte altre, l’ho mutuata fin da piccolo da mia madre, segno che qualche ricordo delle numerose guerre veneziane contro i Turchi è rimasto ancora vivo qui nel Veneto. Per non parlare del detto:”Mamma, li Turchi!” nel caso di un pericolo imminente, espressione conosciuta, questa sì, in tutta Italia, allorquando le nostre coste erano costantemente minacciate dalle incursioni dei pirati saraceni.

La definizione di giannizzero è molto semplice:soldato scelto delle antiche fanterie turche, forzatamente reclutato tra i giovani di famiglie cristiane (specie Serbi e Croati) che, istruito nell’Islam, ne diveniva fanatico e accanito difensore, tanto da far parte in seguito della guardia del corpo del sultano.

Un talebano, insomma, a tutti gli effetti, esecutore spietato degli ordini di un’autorità violenta, simbolo del potere degli adulti sulla fragilità psicologica dei più deboli che ancora vige in molte parti dell’Africa dove vengono arruolati con la forza i soldati-bambini per le guerre intestine fra bande rivali.

In Turchia questo nuovo tipo di arruolamento venne chiamato la “Nuova Milizia”, in turco “Yeni Ceri”, poi italianizzato in “giannizzeri”. Portavano un’uniforme di panno e avevano in capo una specie di cuffia bianca di lana con un lungo lembo cadente sulle spalle. Il pittore Gentile Bellini, fratello del più famoso Giovanni Bellini (quello delle Madonne), durante la sua permanenza a Costantinopoli fra il 1479 ed il 1480 in missione diplomatica per conto della Serenissima, ne disegnò uno col suo tipico copricapo bianco ben diverso, dunque, dal classico turbante ottomano, e con i baffi anch’essi distinti dalla barba d’ordinanza dei musulmani.

Armati di tutto punto con lance, sciabole, pugnali, accette, archibugi, costituivano la scorta personale del sultano nei viaggi e nelle cerimonie, con funzioni e privilegi non da poco, tanto da essere chiamati “figli del sultano”.

Da un dispaccio segreto di un “bailo” (ambasciatore) veneziano a Costantinopoli si legge:Non ha il signor turco altra milizia a piedi che quella dei giannizzeri, li quali possono esser da dodici mila, e forse manco[…]questi sono ordinariamente tutti nati de cristiani, come la Serenità Vostra, e questa fanteria si assomiglia molto alle antiche legioni romane, ed è il principal nervo della milizia turchesca”.

Si trattava dunque di giovani che potevano essere acquistati sui mercati degli schiavi, oppure essere donati al sultano, oppure ancora essere frutto di razzie. E una volta ammessi tra i soldati o tra i paggi del palazzo imperiale non potevano più essere venduti e neppure riscattati, anche se le loro famiglie di origine avevano i soldi per farlo come capitò, per esempio, a qualche nobile veneziano come Marino da Pesaro o al suo compagno, il nobile genovese Scipione Cicala, che fece poi carriera come Cigalazade Yusuf Sinan pascià, diventando grande ammiraglio (1591-1595, 1599-1604) e gran visir.

Nota curiosa: 
La storia di pascià Sinan (che significa il “genovese” oriundo di Zena, Genova), diventerà anche una canzone  di Fabrizio de André, cantata interamente  in dialetto genovese, per molti secoli una delle principali lingue impiegate nel bacino del Mediterraneo nell'ambito della navigazione e degli scambi commerciali. 
E questa è la mia storia, e te la voglio raccontare
un po’ prima che la vecchiaia mi pesti nel mortaio
e questa è la memoria, la memoria del Cicala
ma sui libri di storia Sinan Capudan Pascià”.
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