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Il “Burcio d’oro” del doge

Il termine “Burcio d’oro” coll’andar del tempo si è trasformato prima in “Burcindoro” e poi in “Bucintoro”. Ma cos’era esattamente? Era il lussuoso galeone da parata del doge, lungo circa 35 metri, ricoperto di lamine d’oro e di velluti cremisi, a bordo del quale egli riceveva ambasciatori, re e imperatori.

Era stato allestito la prima volta attorno all’anno mille per lo Sposalizio del mare nella festa della “Sensa”, cioè dell’Ascensione, dopo la conquista della Dalmazia. Ora davvero Venezia poteva dirsi regina dell’Adriatico legata indissolubilmente al suo sposo, il mare.

Anche se, per la verità, la notizia di un primo galeone dogale risale già al lontano 836, mentre invece l’ultimo, il più bello di tutti, ammirato nei quadri del Canaletto e del Guardi è del 1729 e verrà distrutto durante l’occupazione napoleonica. L’imbarcazione si presentava divisa su due piani, uno inferiore per i 42 remi (21 per lato), mossi da 168 rematori (4 per remo), scelti fra gli operai dell’Arsenale, e l’altro superiore, ricoperto in tutta la sua lunghezza da un baldacchino o tiemo, rivestito all’esterno di velluto rosso e sostenuto ai lati da cariatidi scolpite e dorate. Il ricco trono del doge si trovava in fondo a poppa, tra due grandi leoni andanti, mentre un insieme di sculture interne ed esterne adornavano sfarzosamente la nave, fra cui una gigantesca statua di Marte. A prua svettava la grande polena della Giustizia, statua lignea miracolosamente scampata allo scempio e conservata nel Museo Storico Navale di Venezia. La distruzione dell’ultimo bucintoro risale esattamente al 9 gennaio del 1798, pochi mesi dopo l’infausto trattato di Campoformido, e fu fatta sia in spregio alla repubblica veneta sia per non farlo cadere in mani austriache. Così le cronache dell’epoca narrano il doloroso evento:”Tolte tutte le lamine auree che rivestivano lo scafo e fatte fondere si ottennero parecchi chili d’oro; abbattute e divelte tutte le sculture decorative fu di queste fatta un’enorme catasta nell’isola di S. Giorgio Maggiore, ove arsero per più giorni. Solo lo scafo fu salvato per essere trasformato prima in cannoniera e poi in prigione galleggiante ormeggiata nel paludo di S. Giorgio”. Davvero una triste fine per uno dei massimi emblemi di prestigio della Serenissima.

Fortunatamente oggi esiste ancora un esemplare di bucintoro dogale ed è quello appartenuto ai Savoia esposto nella Reggia di Venaria, a Torino. E come mai proprio a Torino, direte voi, città non certo di mare? Ebbene sì, era stato commissionato allo squero dei dogi di Venezia direttamente dal re Carlo Emanuele III di Savoia nel 1730, come imbarcazione reale da parata per le sue feste fluviali. Grande la metà dell’originale, in quanto misura 16 metri di lunghezza per 2,50 di larghezza, ci volle un mese perché arrivasse a destinazione navigando lungo il Po fino al castello del Valentino tra un tripudio di folle curiose. Anch’io recentemente ho avuto il piacere di ammirarlo nel museo delle scuderie, issato su una enorme base di cristallo che simula l’acqua, tra carrozze d’epoca e paggi in costume. Davvero una emozione da non perdere. Per la cronaca: la Francia, dopo più di due secoli, in un moto tardivo di rimorso e di risarcimento ha donato nel 2004 a Venezia ben 600 tronchi di querce secolari impiantate nel ‘700 nientemeno che nelle foreste del re Sole in Dordogna (Aquitania), per poter dare il via alla ricostruzione della “nave del doge”, naturalmente dentro agli storici squeri dell’Arsenale. I lavori sono tuttora in corso.

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