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Siamo tra pandemia e guerra: tra Scilla e Cariddi

A significare che siamo messi male, presi tra due fuochi da cui non è facile cavarsela.

Geograficamente Scilla (colei che dilania), si trova sulla costa calabra a Punto Pezzo, mentre Cariddi (colei che risucchia), è sulla punta messinese della Sicilia, a Capo Peloro. In mezzo, avete già capito, c’è il famoso Stretto di Messina, con una larghezza che varia dai tre ai sedici km., luogo ricco di storia, di miti, di naufragi e pure di contese fra chi vuole costruirvi un ponte e chi no.

Comunque sia il proverbio antico non lascia spazio a dubbi e risulta chiaro che non si tratta di un posto facile, sia per la navigazione in sé, sia per i maremoti e i frequenti terremoti che da sempre lo hanno caratterizzato. Le correnti che lo solcano sono rapide e irregolari, mosse da vortici e venti impetuosi e per quanto riguarda poi i terremoti basti ricordare quello catastrofico di Messina del 1908 che provocò più di centomila morti.

Fin dai tempi antichi lo circonda una brutta fama, mista ad un alone mitologico di fascino e di mistero: luogo di incontri e di scontri, di arrivi e di partenze, di sirene e di ninfe tramutate in mostri, abitato dalla fata Morgana che nelle calde giornate estive ammalia e inganna i naviganti con immagini di ombre vaganti in mezzo alla foschia.

Dal poeta Omero è descritto così nel canto XII dell’Odissea:“Scilla è un orrido mostro e nessuno godrebbe a vederla, neppure se fosse un dio a incontrarla: ha dodici piedi tutti davanti, sei teste e sei colli lunghissimi; su ogni collo una faccia deforme, la bocca ha tre file di denti, fitti, in gran numero dove nera si apposta la morte.”

E se ad Ulisse, per sfuggire al canto ammaliatore delle sirene, basterà riempire le orecchie dei compagni di cera fusa e farsi legare all’albero della sua nave, non sarà altrettanto semplice affrontare i due terribili mostri che presidiano le due sponde dello Stretto. Scilla, infatti, con le sue sei teste divorerà sei dei suoi più forti compagni.

E Virgilio, nel III libro dell’Eneide: «Scilla tiene il lato destro, il sinistro l’implacata Cariddi e tre volte a dirotto risucchia vasti flutti nel fondo gorgo del baratro, e di nuovo li scaglia alternamente nell’aria e flagella gli astri con l’onda».

Il nostro Dante, per farla completa, ne parla nel canto VII dell’Inferno, quello degli avari e dei prodighi: «Come fa l’onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s’intoppa, così convien che qui la gente riddi». Come fa l’onda presso Cariddi, quando si infrange con quella che proviene da Scilla, così quei dannati devono danzare la ridda (il girotondo infernale), spingendo avanti e indietro col petto dei massi enormi.

Una volta quando qualcuno, magari erudito, si trovava immerso nei guai fino al collo senza sapere come venirne fuori, esclamava: “Povero me, mi trovo fra Scilla e Cariddi!”. Oggi, molto più prosaicamente, si preferisce dire:“Non so che pesci pigliare, sono fra l’incudine e il martello!”.

E noi Veneti? «Scampo daea vaca e el bo’ me tra’ ».

Navigazione sullo stretto di Messina

Un’ultima riflessione.

Chissà se in futuro, con la costruzione di un ponte fra le due sponde dello Stretto, i miti e le leggende ora descritti spariranno del tutto… Io credo di no.
Nutro fiducia (e speranza) che anche i giovani moderni, così tanto portati verso una nuova coscienza ecologica, forse capiranno di più e meglio l’intrinseco valore di questo universo mitologico, talmente rispettoso della Natura da vederne addirittura un dio in ogni sua manifestazione: Nettuno/Poseidone nel mare, Satiri nei boschi, Ninfe sui monti
e lungo i fiumi, Costellazioni viventi nel cielo e il grande fabbro Vulcano nelle viscere della terra. Miti che, come un libro aperto, sono ancora lì a trattare in chiave simbolica quei temi universali di Amore e Morte, di Eros e Tanatos che affondano da sempre le radici nella parte più profonda del nostro animo.
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